Mi hanno chiuso le gambe in faccia.
Ora si ricomincia.
Qualcuno sarà contento.
Jena, vuoi ballare con me?
Un bel tango scivolando sullo schifo.
giovedì 14 dicembre 2006
mercoledì 6 dicembre 2006
5
Fa freddo.
Sei seduta su una sedia vicino alla finestra e tieni tra le mani una tazza di latte caldo.
Guardi fuori, fissi un punto e depositi lì tutti i tuoi pensieri.
Avresti bisogno di lettere che compongano parole che formino frasi che diano risposte.
Invece hai solo domande.
Tutto ciò che ti capita lo accatasti dietro le spalle, corri senza mai voltarti, niente può scalfirti e i tuoi occhi non conoscono più le lacrime.
Le emozioni ti piovono addosso scivolando via, i giorni passano come le immagini in bianco e nero di un film muto e nessuno riesce a lasciare un segno.
Sei uscita dalla tua vita in un giorno di fine estate e ancora non sei rientrata.
Non hai un posto, non hai un ruolo e assisti immobile, dalla platea, alla recita di te stessa.
Un giorno ti alzerai dalla poltrona e deciderai se applaudire o fischiare quello che hai visto o, semplicemente, te ne andrai in silenzio.
Tanto gli ostacoli si aggirano, le difficoltà si dimenticano e si finge di essere liberi da pensieri che in realtà ti incatenano.
Sei seduta su una sedia vicino alla finestra e tieni tra le mani una tazza di latte caldo.
Guardi fuori, fissi un punto e depositi lì tutti i tuoi pensieri.
Avresti bisogno di lettere che compongano parole che formino frasi che diano risposte.
Invece hai solo domande.
Tutto ciò che ti capita lo accatasti dietro le spalle, corri senza mai voltarti, niente può scalfirti e i tuoi occhi non conoscono più le lacrime.
Le emozioni ti piovono addosso scivolando via, i giorni passano come le immagini in bianco e nero di un film muto e nessuno riesce a lasciare un segno.
Sei uscita dalla tua vita in un giorno di fine estate e ancora non sei rientrata.
Non hai un posto, non hai un ruolo e assisti immobile, dalla platea, alla recita di te stessa.
Un giorno ti alzerai dalla poltrona e deciderai se applaudire o fischiare quello che hai visto o, semplicemente, te ne andrai in silenzio.
Tanto gli ostacoli si aggirano, le difficoltà si dimenticano e si finge di essere liberi da pensieri che in realtà ti incatenano.
Lo sai perché?
Ho trasportato valigie tutto il pomeriggio, ed ha cominciato a piovere appena ho messo il naso fuori dal portone.
Ho ritrovato un orecchino, ed ho perso la mia cavigliera.
Devo sapere del mio futuro, ed il mio capo non c’è.
Non c’è nessuno con cui parlare.
A proposito della cavigliera. È una tragedia.
Sollevatevi il morale o comincio a scavarmi la fossa.
Ho ritrovato un orecchino, ed ho perso la mia cavigliera.
Devo sapere del mio futuro, ed il mio capo non c’è.
Non c’è nessuno con cui parlare.
A proposito della cavigliera. È una tragedia.
Sollevatevi il morale o comincio a scavarmi la fossa.
lunedì 4 dicembre 2006
Lies
Guardarsi in faccia. Ancora e di nuovo. Mi atterrisce.
Mi si chiude la bocca dello stomaco mentre seguo il movimento della tua mano lungo fianchi che non sono i miei.
Sorridi, serro le mandibole fino a che una fitta alla tempia mi fa allentare il morso.
Ogni giorno torno coscientemente alla tortura.
Mi domando se questo faccia parte delle regole del gioco, se sia l’unico modo per mantenere l’adrenalina sempre appena sotto la pelle e le gambe tese verso le tue dita.
Ti scivolo accanto come un’ombra, in questo spazio che un tempo era solo il nostro, e cerco una scusa per toccarti e farmi toccare.
Scosse che mi mantengono in uno stato di vigile alterazione.
Non ricordo come, ma il tuo sapore era così nuovo e così pieno, che mi si sono spezzate le vene.
Non riuscivo a guardarti in faccia, allora. Cambiavo strada per non cedere alla tentazione di leccarti le labbra, mordevo le mie e gli occhi si perdevano su un punto qualunque, purché lontano.
Sono la spalla che ha accolto le lacrime, il braccio che ha sostenuto il cammino, la mano che ha salutato l’inizio del tuo viaggio, e legato catene alle mie caviglie.
Lo sai. Mi hai ringraziato a lungo, hai tentato di tenermi a galla mentre sprofondavo lentamente nelle strade molli delle mie paure, ma hai scelto infine di salvarti.
Non respiro più. L’aria appesantisce i passi lungo i corridoi, i neon sottolineano il blu dei capillari sempre più evidenti sotto gli occhi.
Il tuo nome accompagna ogni risveglio.
Prima o poi lo farò, prenderò quel treno sul quale tante volte ti ho chiesto di accompagnarmi.
Ma non oggi. Ho ancora bisogno di vedere la curva del tuo collo perdersi sotto la camicia bianca, pochi bottoni mi separano dalle fantasie nascoste dietro i miei occhiali.
Le lacrime sono in agguato, le sento spingere contro le palpebre.
Non voglio che tu mi veda così, debole, fragile; flebile la voce nell’augurarti di avere una buona giornata, l’ottantesimo buon auspicio che ti regalo, l’ottantesima sera che ci saluterà, chiudendo la porta sulla mia bocca sanguinante.
Adesso che sei la causa della sconfitta, non posso renderti partecipe del mio dolore.
A chi dare tutto questo? Il basso ventre è contratto nel sostenere il tumore che continua ad alimentarsi di te, dell’assenza di te.
Il mio letto continua a girare intorno al sole e non so da quale parte scendere.
Sei lì, incantevole. Hai provato di nuovo a legare i capelli, ma un ricciolo è sfuggito per abbracciare il lobo. Quante volte l’ho accarezzato con le dita.
Giro per gli uffici, rigida.
Tutti i giorni controllo che le cose vadano per il loro verso, ma non trovo il mio.
Rispondi alle mie domande guardandomi dritta negli occhi.
Hai la leggerezza di una bambina, mai un tremito, la malizia non ti sfiora e mi sorridi.
Mi ricordi mia figlia.
Gli occhi grandi e sereni, hai dimenticato il sapore delle mie braccia intorno alle cosce, limpido amore mio.
Hai succhiato via il mio equilibrio e barcollo al suono della tua voce, seguo il movimento delle tue mani per non perdermi.
L’ufficio si svuota lentamente.
Entro nella stanza che ha respirato il tuo profumo, siedo alla scrivania e tocco i tuoi fogli, infilo in bocca il tappo della penna consumato dai tuoi denti bianchi.
Spengo tutte le luci. Nascondo i pensieri nel cappello e torno a casa mia, a quelle mura che non ti hanno mai conosciuta.
Sono di nuovo le dieci.
Mio marito avrà già preparato la cena.
Mi si chiude la bocca dello stomaco mentre seguo il movimento della tua mano lungo fianchi che non sono i miei.
Sorridi, serro le mandibole fino a che una fitta alla tempia mi fa allentare il morso.
Ogni giorno torno coscientemente alla tortura.
Mi domando se questo faccia parte delle regole del gioco, se sia l’unico modo per mantenere l’adrenalina sempre appena sotto la pelle e le gambe tese verso le tue dita.
Ti scivolo accanto come un’ombra, in questo spazio che un tempo era solo il nostro, e cerco una scusa per toccarti e farmi toccare.
Scosse che mi mantengono in uno stato di vigile alterazione.
Non ricordo come, ma il tuo sapore era così nuovo e così pieno, che mi si sono spezzate le vene.
Non riuscivo a guardarti in faccia, allora. Cambiavo strada per non cedere alla tentazione di leccarti le labbra, mordevo le mie e gli occhi si perdevano su un punto qualunque, purché lontano.
Sono la spalla che ha accolto le lacrime, il braccio che ha sostenuto il cammino, la mano che ha salutato l’inizio del tuo viaggio, e legato catene alle mie caviglie.
Lo sai. Mi hai ringraziato a lungo, hai tentato di tenermi a galla mentre sprofondavo lentamente nelle strade molli delle mie paure, ma hai scelto infine di salvarti.
Non respiro più. L’aria appesantisce i passi lungo i corridoi, i neon sottolineano il blu dei capillari sempre più evidenti sotto gli occhi.
Il tuo nome accompagna ogni risveglio.
Prima o poi lo farò, prenderò quel treno sul quale tante volte ti ho chiesto di accompagnarmi.
Ma non oggi. Ho ancora bisogno di vedere la curva del tuo collo perdersi sotto la camicia bianca, pochi bottoni mi separano dalle fantasie nascoste dietro i miei occhiali.
Le lacrime sono in agguato, le sento spingere contro le palpebre.
Non voglio che tu mi veda così, debole, fragile; flebile la voce nell’augurarti di avere una buona giornata, l’ottantesimo buon auspicio che ti regalo, l’ottantesima sera che ci saluterà, chiudendo la porta sulla mia bocca sanguinante.
Adesso che sei la causa della sconfitta, non posso renderti partecipe del mio dolore.
A chi dare tutto questo? Il basso ventre è contratto nel sostenere il tumore che continua ad alimentarsi di te, dell’assenza di te.
Il mio letto continua a girare intorno al sole e non so da quale parte scendere.
Sei lì, incantevole. Hai provato di nuovo a legare i capelli, ma un ricciolo è sfuggito per abbracciare il lobo. Quante volte l’ho accarezzato con le dita.
Giro per gli uffici, rigida.
Tutti i giorni controllo che le cose vadano per il loro verso, ma non trovo il mio.
Rispondi alle mie domande guardandomi dritta negli occhi.
Hai la leggerezza di una bambina, mai un tremito, la malizia non ti sfiora e mi sorridi.
Mi ricordi mia figlia.
Gli occhi grandi e sereni, hai dimenticato il sapore delle mie braccia intorno alle cosce, limpido amore mio.
Hai succhiato via il mio equilibrio e barcollo al suono della tua voce, seguo il movimento delle tue mani per non perdermi.
L’ufficio si svuota lentamente.
Entro nella stanza che ha respirato il tuo profumo, siedo alla scrivania e tocco i tuoi fogli, infilo in bocca il tappo della penna consumato dai tuoi denti bianchi.
Spengo tutte le luci. Nascondo i pensieri nel cappello e torno a casa mia, a quelle mura che non ti hanno mai conosciuta.
Sono di nuovo le dieci.
Mio marito avrà già preparato la cena.
Ragazza mal disegnata.
"You know I'm not the kind to say that it's over".
Dovrebbe essere abbastanza per capire.
Un altro confronto con la folla, o conforto con l'alcol in caso di sconfitta.
Tutti al Rolling Stone.
E non ritirate le mani.
Dovrebbe essere abbastanza per capire.
Un altro confronto con la folla, o conforto con l'alcol in caso di sconfitta.
Tutti al Rolling Stone.
E non ritirate le mani.
giovedì 30 novembre 2006
A volte capita di nuovo.
Mi sveglio in vergognoso ritardo, non farò in tempo per la doccia.
Mi lancio fuori dal letto accompagnata dalla prima parola della giorno - un pacifico “Cazzo!”, giusto per cominciare - e intuisco che oggi non sarà meglio.
Una collega è passata prendermi. Fortunatamente è anche una mia amica, e non mi lascia a piedi nonostante il quarto d’ora che è costretta ad aspettare .
Arrivo in ufficio, faccio tutto lentamente: tanto per oggi non c’è nulla che abbia bisogno del mio intervento.
Mi domando se sia valsa la pena saltare la colazione e avere i capelli lerci, e la risposta è no.
Recupero un po’ di spirito verso il terzo caffè, ma ho una sensazione di fastidio.
Dopo pranzo Andrea mi saluta su messenger. Ecco.
Aveva detto che mi avrebbe chiamata ieri sera, ma non l’ha fatto.
Adesso mi spiego le aspettative telefoniche.
Lui fa finta di nulla e io non voglio polemizzare.
Non ci sentivamo da mesi, nonostante messenger.
Poi, tre settimane fa, mi contatta.
E chiede di “rivederci”.
La prima e l’ultima volta che ci siam visti da soli, siamo rimasti chiusi ventiquattro ore in una stanza.
La cosa finì lì.
Un po’ perchè non c’era molto da aggiungere e un po’ perchè eravamo costretti a frequentarci per lavoro, ed era meglio lasciarsi l’episodio alle spalle.
Magari mi vuole parlare.
Come ad un’amica che non si vede da tempo.
Probabilmente vuole che inviti i nostri amici per bere una birra insieme.
Dopo mezz’ora di conversazione lasciata sul vago, mi fa la precisa richiesta di bissare l’incontro esattamente come la prima volta.
Come si permette? Come osa pretendere la mia disponibilità? E poi, Dio mio, si può chiedere un appuntamento per scopare? In chat, poi.
Mi metto sulla difensiva e lascio passare i giorni, autoconvincendomi che mai e poi mai potrei abbassarmi a tanto.
Torno a casa dopo aver visto un appartamento nel quale non vivrei mai, mi lancio sotto la doccia e corro all’aperitivo “alla milanese”, al quale arrivo bel oltre l’ora dell’appuntamento.
Oggi non è giornata.
La sera passa tranquilla, non vedo l’ora di buttarmi tra le lenzuola.
Infilo il pigiama, apro il mio libro sperando di riuscire a finirlo, una buona volta.
Alla terza pagina, sento le chiavi girare nella serratura.
Chiudo il libro, so che il rientro di Gaia coincide con almeno mezz’ora di chiacchiere e tre sigarette.
“Buonanotte”.
“Buonanotte”.
Mi infilo sotto il piumone, sfilo gli occhiali e riprendo la lettura.
Squilla il telefono.
Lo apro e rimango una quarantina di secondi a fissare il display.
Andrea. Alle due e un quarto di venerdì sera.
Merda.
Rispondo con il tono più rilassato che posso, ma il risultato è Amanda Lear con la raucedine.
IO: “Ehiiii”.
LUI: “Sono vicino a casa tua, sto andando ad una festa con un amico. Ti va di raggiungermi?”.
IO: “Eh, guarda, non so. Dovrei rivestirmi, e poi trovare parcheggio ora, sai quanto tempo ci metto. Ci penso un attimo e ti faccio sapere”.
Fantastico. Sono riuscita a tirarmela quindici secondi buoni.
Gli mando un messaggio. “È un suicidio cercare parcheggio ora, se vuoi passo a prenderti e andiamo a sbronzarci. Quando hai deciso fammi sapere”.
Tanto lo sappiamo entrambi che nessuno dei due ha intenzione di andare alla festa sui navigli.
Calcolo mentalmente mezz’ora.
Se ci impiega un minuto di più a rispondere, non metterò piede fuori di casa.
Faccio giurare a Gaia di placcarmi all’ingresso se dovesse vedermi lì prima dell’orario stabilito.
Tempo dieci minuti: “Non saprei…al momento non sono in grado di darti una risposta sensata. Ma mi farebbe piacere.”
Merda, devo decidere io.
Corro da Gaia, intenta a guardare per la nona volta “Kiki’s delivery service” e rido al pensiero di “Valentina consegne a domicilio”.
“Dormi? Sola nel tuo letto? Dai, se sei sveglia passa a prendermi che andiamo a bere qualcosa”.
Mi ha scritto prima che gli rispondessi.
Non posso fare altro che infilarmi il primo maglione che trovo ed uscire.
Mi chiama dopo sette minuti, esattamente il tempo che ci ho messo a perdermi.
Fortunatamente sono vicina, e mi raggiunge a piedi.
Le due ore successive passano tra la ricerca di un baracchino dove comprare della birra e chiacchiere su gli ultimi mesi.
È naturale ritrovarsi a casa sua.
Così com’è naturale essere stesa sul suo letto.
Sono stanchissima, lui mi spoglia e comincia a baciarmi.
Il sesso è esattamente quello che deve essere.
Senza aspettative.
Fine a sé stesso.
Alcol e fumo e musica di sottofondo.
Non so quante volte l’abbiamo fatto, prima che mi addormentassi.
Ma è già sabato.
Mi fissa negli occhi, e mi sorride, ed è sopra di me.
Squilla il telefono.
Laura mi invita a cena, non posso dire di no.
È l’invito ufficiale per presentarmi la sua migliore amica.
È chiaro che tra poco dovrò andare via di qui.
“Vuoi fare una doccia?”.
Andrea si è alzato mentre ero al telefono, mi aspetta sulla porta.
In questo momento penso che detesto fare la doccia in compagnia.
Trovo che sia la condanna della libido a morte per affogamento.
Ma sì, chissenefrega.
Mi cede il suo accappatoio, lo abbraccio nel tentativo di coprirlo, ma gli arrivo sì e no alle spalle.
Mi asciugo i capelli.
Abbiamo fame: birra, patatine e pop corn sono l’unica cosa che abbiamo ingerito nelle ultime diciotto ore.
Mentre infilo i jeans so che non rientrerò in questa stanza.
Lo accompagno a prendere una pizza.
Mi domanda cosa farò, ma non capisco se mi sta chiedendo di rimanere o è solo cortesia.
Mi faccio spiegare la strada per tornare a casa.
Riesco a non perdermi. Entro, mi cambio di corsa.
“Ciao, Gaia, io esco!”, le urlo da dietro alla porta del bagno.
Laura mi ha già chiamata tre volte, solo per ricordarmi che sono, ancora, in ritardo.
Mi lancio fuori dal letto accompagnata dalla prima parola della giorno - un pacifico “Cazzo!”, giusto per cominciare - e intuisco che oggi non sarà meglio.
Una collega è passata prendermi. Fortunatamente è anche una mia amica, e non mi lascia a piedi nonostante il quarto d’ora che è costretta ad aspettare .
Arrivo in ufficio, faccio tutto lentamente: tanto per oggi non c’è nulla che abbia bisogno del mio intervento.
Mi domando se sia valsa la pena saltare la colazione e avere i capelli lerci, e la risposta è no.
Recupero un po’ di spirito verso il terzo caffè, ma ho una sensazione di fastidio.
Dopo pranzo Andrea mi saluta su messenger. Ecco.
Aveva detto che mi avrebbe chiamata ieri sera, ma non l’ha fatto.
Adesso mi spiego le aspettative telefoniche.
Lui fa finta di nulla e io non voglio polemizzare.
Non ci sentivamo da mesi, nonostante messenger.
Poi, tre settimane fa, mi contatta.
E chiede di “rivederci”.
La prima e l’ultima volta che ci siam visti da soli, siamo rimasti chiusi ventiquattro ore in una stanza.
La cosa finì lì.
Un po’ perchè non c’era molto da aggiungere e un po’ perchè eravamo costretti a frequentarci per lavoro, ed era meglio lasciarsi l’episodio alle spalle.
Magari mi vuole parlare.
Come ad un’amica che non si vede da tempo.
Probabilmente vuole che inviti i nostri amici per bere una birra insieme.
Dopo mezz’ora di conversazione lasciata sul vago, mi fa la precisa richiesta di bissare l’incontro esattamente come la prima volta.
Come si permette? Come osa pretendere la mia disponibilità? E poi, Dio mio, si può chiedere un appuntamento per scopare? In chat, poi.
Mi metto sulla difensiva e lascio passare i giorni, autoconvincendomi che mai e poi mai potrei abbassarmi a tanto.
Torno a casa dopo aver visto un appartamento nel quale non vivrei mai, mi lancio sotto la doccia e corro all’aperitivo “alla milanese”, al quale arrivo bel oltre l’ora dell’appuntamento.
Oggi non è giornata.
La sera passa tranquilla, non vedo l’ora di buttarmi tra le lenzuola.
Infilo il pigiama, apro il mio libro sperando di riuscire a finirlo, una buona volta.
Alla terza pagina, sento le chiavi girare nella serratura.
Chiudo il libro, so che il rientro di Gaia coincide con almeno mezz’ora di chiacchiere e tre sigarette.
“Buonanotte”.
“Buonanotte”.
Mi infilo sotto il piumone, sfilo gli occhiali e riprendo la lettura.
Squilla il telefono.
Lo apro e rimango una quarantina di secondi a fissare il display.
Andrea. Alle due e un quarto di venerdì sera.
Merda.
Rispondo con il tono più rilassato che posso, ma il risultato è Amanda Lear con la raucedine.
IO: “Ehiiii”.
LUI: “Sono vicino a casa tua, sto andando ad una festa con un amico. Ti va di raggiungermi?”.
IO: “Eh, guarda, non so. Dovrei rivestirmi, e poi trovare parcheggio ora, sai quanto tempo ci metto. Ci penso un attimo e ti faccio sapere”.
Fantastico. Sono riuscita a tirarmela quindici secondi buoni.
Gli mando un messaggio. “È un suicidio cercare parcheggio ora, se vuoi passo a prenderti e andiamo a sbronzarci. Quando hai deciso fammi sapere”.
Tanto lo sappiamo entrambi che nessuno dei due ha intenzione di andare alla festa sui navigli.
Calcolo mentalmente mezz’ora.
Se ci impiega un minuto di più a rispondere, non metterò piede fuori di casa.
Faccio giurare a Gaia di placcarmi all’ingresso se dovesse vedermi lì prima dell’orario stabilito.
Tempo dieci minuti: “Non saprei…al momento non sono in grado di darti una risposta sensata. Ma mi farebbe piacere.”
Merda, devo decidere io.
Corro da Gaia, intenta a guardare per la nona volta “Kiki’s delivery service” e rido al pensiero di “Valentina consegne a domicilio”.
“Dormi? Sola nel tuo letto? Dai, se sei sveglia passa a prendermi che andiamo a bere qualcosa”.
Mi ha scritto prima che gli rispondessi.
Non posso fare altro che infilarmi il primo maglione che trovo ed uscire.
Mi chiama dopo sette minuti, esattamente il tempo che ci ho messo a perdermi.
Fortunatamente sono vicina, e mi raggiunge a piedi.
Le due ore successive passano tra la ricerca di un baracchino dove comprare della birra e chiacchiere su gli ultimi mesi.
È naturale ritrovarsi a casa sua.
Così com’è naturale essere stesa sul suo letto.
Sono stanchissima, lui mi spoglia e comincia a baciarmi.
Il sesso è esattamente quello che deve essere.
Senza aspettative.
Fine a sé stesso.
Alcol e fumo e musica di sottofondo.
Non so quante volte l’abbiamo fatto, prima che mi addormentassi.
Ma è già sabato.
Mi fissa negli occhi, e mi sorride, ed è sopra di me.
Squilla il telefono.
Laura mi invita a cena, non posso dire di no.
È l’invito ufficiale per presentarmi la sua migliore amica.
È chiaro che tra poco dovrò andare via di qui.
“Vuoi fare una doccia?”.
Andrea si è alzato mentre ero al telefono, mi aspetta sulla porta.
In questo momento penso che detesto fare la doccia in compagnia.
Trovo che sia la condanna della libido a morte per affogamento.
Ma sì, chissenefrega.
Mi cede il suo accappatoio, lo abbraccio nel tentativo di coprirlo, ma gli arrivo sì e no alle spalle.
Mi asciugo i capelli.
Abbiamo fame: birra, patatine e pop corn sono l’unica cosa che abbiamo ingerito nelle ultime diciotto ore.
Mentre infilo i jeans so che non rientrerò in questa stanza.
Lo accompagno a prendere una pizza.
Mi domanda cosa farò, ma non capisco se mi sta chiedendo di rimanere o è solo cortesia.
Mi faccio spiegare la strada per tornare a casa.
Riesco a non perdermi. Entro, mi cambio di corsa.
“Ciao, Gaia, io esco!”, le urlo da dietro alla porta del bagno.
Laura mi ha già chiamata tre volte, solo per ricordarmi che sono, ancora, in ritardo.
mercoledì 29 novembre 2006
A volte capita.
Una giornata di niente.
L’equilibrio ha purtroppo la necessità di alimentarsi di frenesia e nullafacenza in egual misura.
Se in quest’ultima la coscienza tacesse, sarebbe perfetto.
E invece no.
Inganno il traffico parlando al telefono.
Sono entrata mio malgrado nella schiera degli oratori da montante, quella massa di cretini che parlano gesticolando in macchina con un auricolare schiaffato direttamente nel timpano, e l’unica cosa che posso fare per sentirmi meno deficiente della media è obbligarmi ad usarlo solo quando ho effettivamente le mani occupate.
Quindi accendo una sigaretta, perchè sono bloccata sulla circonvallazione e il cambio è tristemente sulla prima da quindici minuti.
Discuto con Laura i particolari della figura pessima che mi ha regalato poche ore prima, e riesco a farne un’altra: lei è in ufficio e io pronuncio frasi deliranti al cospetto dei suoi colleghi.
Questo lo scopro poco dopo, quando ormai ho parcheggiato e sono pronta ad aprire il portone.
In casa non c’è nessuno, a parte una catasta di cartoni da riempire.
Mi lancio sul divano e chiamo la mia migliore amica.
Di solito, quando rientro, mi stendo senza spogliarmi e rimango in silenzio a fissare il soffitto, fino a che il caldo mi costringe ad alzarmi e a sfilare il cappotto (ma questo trucco l’ho affinato con gli anni). Una volta in piedi, faccio quello che devo fare.
Ma oggi no.
Voglio parlare con Enrico e Valeria, ho bisogno delle loro voci, di sentire che loro ci sono sempre e comunque.
Passo così settantuno minuti, e sono costretta a chiudere dalla vocina che mi avverte che il mio traffico è in esaurimento. Fosse solo quello.
Per dire, ho ancora l’auricolare.
Tant’è, sono in piedi.
È tardi per intraprendere qualunque interazione sociale.
In cuor mio spero che arrivi la telefonata da parte di qualcuno che vuole ASSOLUTAMENTE vedermi.
Ma per non illudermi, anziché fare una doccia e spalmarmi creme (a farci caso si scopre che volendo ce n’è una specifica per ogni angolo del corpo), decido di incartare la mia roba.
Sono le dieci e mezzo, il mio cellulare squilla.
Non ho dubbi sul fatto che sia mia madre.
Invece no.
Può essere chiunque, il mio numero è almeno su dodici siti di case in affitto.
“Pronto?”
“Ciao Valentina, come stai?”
Pronuncia il mio nome per intero, e da questo particolare deduco sia il mio nuovo amico psicologo.
“Ciao Fabrizio, capiti nel momento giusto. Sono depressa”.
“Che succede?”
Conosco Fabrizio da pochissimo, ma abbiam cominciato a frequentarci nel momento più incasinato degli ultimi anni, ed è aggiornato molto più dei miei amici su quello che sta capitando.
“Mah, il solito: tra una settimana non ho più una casa, tra due forse nemmeno un lavoro. Il meglio che riesco a fare è incartare la mia roba, senza sapere dove la metterò”.
La mia mania del mettere in ordine sistematicamente lo incuriosisce, la telefonata si conclude con le trattative per portarmi come caso clinico al suo esame di stato.
Speravo mi invitasse ad uscire, ma è fottutamente fuori Milano.
Torno alle mie cose, mi preparo ad andare a letto e lasciarmi alle spalle questa giornata triste.
L’equilibrio ha purtroppo la necessità di alimentarsi di frenesia e nullafacenza in egual misura.
Se in quest’ultima la coscienza tacesse, sarebbe perfetto.
E invece no.
Inganno il traffico parlando al telefono.
Sono entrata mio malgrado nella schiera degli oratori da montante, quella massa di cretini che parlano gesticolando in macchina con un auricolare schiaffato direttamente nel timpano, e l’unica cosa che posso fare per sentirmi meno deficiente della media è obbligarmi ad usarlo solo quando ho effettivamente le mani occupate.
Quindi accendo una sigaretta, perchè sono bloccata sulla circonvallazione e il cambio è tristemente sulla prima da quindici minuti.
Discuto con Laura i particolari della figura pessima che mi ha regalato poche ore prima, e riesco a farne un’altra: lei è in ufficio e io pronuncio frasi deliranti al cospetto dei suoi colleghi.
Questo lo scopro poco dopo, quando ormai ho parcheggiato e sono pronta ad aprire il portone.
In casa non c’è nessuno, a parte una catasta di cartoni da riempire.
Mi lancio sul divano e chiamo la mia migliore amica.
Di solito, quando rientro, mi stendo senza spogliarmi e rimango in silenzio a fissare il soffitto, fino a che il caldo mi costringe ad alzarmi e a sfilare il cappotto (ma questo trucco l’ho affinato con gli anni). Una volta in piedi, faccio quello che devo fare.
Ma oggi no.
Voglio parlare con Enrico e Valeria, ho bisogno delle loro voci, di sentire che loro ci sono sempre e comunque.
Passo così settantuno minuti, e sono costretta a chiudere dalla vocina che mi avverte che il mio traffico è in esaurimento. Fosse solo quello.
Per dire, ho ancora l’auricolare.
Tant’è, sono in piedi.
È tardi per intraprendere qualunque interazione sociale.
In cuor mio spero che arrivi la telefonata da parte di qualcuno che vuole ASSOLUTAMENTE vedermi.
Ma per non illudermi, anziché fare una doccia e spalmarmi creme (a farci caso si scopre che volendo ce n’è una specifica per ogni angolo del corpo), decido di incartare la mia roba.
Sono le dieci e mezzo, il mio cellulare squilla.
Non ho dubbi sul fatto che sia mia madre.
Invece no.
Può essere chiunque, il mio numero è almeno su dodici siti di case in affitto.
“Pronto?”
“Ciao Valentina, come stai?”
Pronuncia il mio nome per intero, e da questo particolare deduco sia il mio nuovo amico psicologo.
“Ciao Fabrizio, capiti nel momento giusto. Sono depressa”.
“Che succede?”
Conosco Fabrizio da pochissimo, ma abbiam cominciato a frequentarci nel momento più incasinato degli ultimi anni, ed è aggiornato molto più dei miei amici su quello che sta capitando.
“Mah, il solito: tra una settimana non ho più una casa, tra due forse nemmeno un lavoro. Il meglio che riesco a fare è incartare la mia roba, senza sapere dove la metterò”.
La mia mania del mettere in ordine sistematicamente lo incuriosisce, la telefonata si conclude con le trattative per portarmi come caso clinico al suo esame di stato.
Speravo mi invitasse ad uscire, ma è fottutamente fuori Milano.
Torno alle mie cose, mi preparo ad andare a letto e lasciarmi alle spalle questa giornata triste.
martedì 28 novembre 2006
La retta via
Sono le 08.50 di martedì mattina, piove e io sono sull’autobus.
La voce elettronica annuncia “Pross- imaferm- atafop- equalcos’altro” con il solito tono moscio, piatto e con una sillabazione scorretta.
“No, non posso correggere anche la tizia che sull’autobus ricorda le fermate” sto pensando questa cosa mentre, alla suddetta fermata, sale una donna giovane con bambini al seguito.
Un maschio e una femmina per un totale di 5 anni.
Si fermano vicino alla cabina trasparente del conducente e il bambino guarda dentro il tempo necessario per formulare questa domanda:
“Mamma, chi è lui?”
“E’ il conducente, il signore che porta l’autobus. Sennò chi ti guida all’asilo?”
E la bambina:
“Lo Spirito Santo”
La mamma la guarda stranita e chiede:
“Come lo Spirito Santo? Perché lo Spirito Santo?”
E lei:
“Perché lo dice sempre anche Suor Gabriella, è lo Spirito Santo che ci guida”
E allora speriamo che conosca la strada.
La voce elettronica annuncia “Pross- imaferm- atafop- equalcos’altro” con il solito tono moscio, piatto e con una sillabazione scorretta.
“No, non posso correggere anche la tizia che sull’autobus ricorda le fermate” sto pensando questa cosa mentre, alla suddetta fermata, sale una donna giovane con bambini al seguito.
Un maschio e una femmina per un totale di 5 anni.
Si fermano vicino alla cabina trasparente del conducente e il bambino guarda dentro il tempo necessario per formulare questa domanda:
“Mamma, chi è lui?”
“E’ il conducente, il signore che porta l’autobus. Sennò chi ti guida all’asilo?”
E la bambina:
“Lo Spirito Santo”
La mamma la guarda stranita e chiede:
“Come lo Spirito Santo? Perché lo Spirito Santo?”
E lei:
“Perché lo dice sempre anche Suor Gabriella, è lo Spirito Santo che ci guida”
E allora speriamo che conosca la strada.
lunedì 27 novembre 2006
Promesse
Ci sono cose sulle quali non transigo.
Se una persona dice che mi chiamerà, (non mi riferisco al “a presto”, “ci sentiamo”, “magari in settimana”, ma STASERA TI TELEFONO E USCIAMO), beh, cazzo, lo deve fare.
Perchè sì.
Se per qualche arcano motivo ti stai avvicinando alla mia vita, ci sono delle regole.
E una telefonata allunga la vita.
Se una persona dice che mi chiamerà, (non mi riferisco al “a presto”, “ci sentiamo”, “magari in settimana”, ma STASERA TI TELEFONO E USCIAMO), beh, cazzo, lo deve fare.
Perchè sì.
Se per qualche arcano motivo ti stai avvicinando alla mia vita, ci sono delle regole.
E una telefonata allunga la vita.
mercoledì 22 novembre 2006
Aaargh
Tutte le volte che penso, e conseguentemente pronuncio (per difetti congeniti al filtro), la frase "Non ce la posso fare", mi rendo conto che è falsa.
Sono stanca morta, e questo perchè non sto facendo nulla.
E invece dovrei:
1) Trovare casa entro otto giorni a partire da questo momento;
2) Sistemare il portfolio;
3) Scoprire se verrò fatta fuori dall'agenzia tra due settimane;
4) Mettere la mia roba in mucchietti di cartoni;
5) Convincere un uomo a sposarmi.
MA
Domani è un altro giorno, e francamente fischio.
Sono stanca morta, e questo perchè non sto facendo nulla.
E invece dovrei:
1) Trovare casa entro otto giorni a partire da questo momento;
2) Sistemare il portfolio;
3) Scoprire se verrò fatta fuori dall'agenzia tra due settimane;
4) Mettere la mia roba in mucchietti di cartoni;
5) Convincere un uomo a sposarmi.
MA
Domani è un altro giorno, e francamente fischio.
martedì 21 novembre 2006
In conclusione.
E’ Sabato pomeriggio.
Hai passato l’aspirapolvere; hai spolverato tutti i mobili, tutte le mensole e tutti gli swaroski, uno per uno; hai sistemato tutti i cd in ordine alfabetico d’autore; hai innaffiato le piante che stavano seccando; hai diviso i semini del fagiolo da quelli del girasole, hai tagliato per bene tutti i bollini sul cartone del latte e li hai incollati sull’apposita scheda.
Ti guardi intorno nella speranza che ci sia almeno un calzino da lavare, una scarpa da lucidare, una camicia da stirare.
Niente, non hai più nulla da fare.
Dopo mezz’ora passata a camminare su e giù per la sala decidi che forse è il momento di smetterla, ti convinci che ce la puoi fare, che sei grande abbastanza per affrontarlo.
Lui è là sul mobile, immobile.
Ti avvicini e lo guardi con aria di sfida.
Siete soli, tu e il tuo cellulare.
Lo prendi e controlli: nessun messaggio ricevuto, nessuna chiamata.
Maledizione.
Lo guardi quasi implorando che squilli e speri che a nessuno tra i tuoi conoscenti e/o familiari venga in mente di contattarti.
Succede sempre così: quando sei lì in trepida attesa per una chiamata o un messaggio, non si sa per quale legge divina, tua madre ha sempre la brillante idea di scriverti.
Così, prima tu senti l’avviso e ti viene un colpo, poi leggi “Gioia, ti volevo solo salutare. Un bacio, mamma.”
Ma perché?
Intanto il telefono tace.
Tu sei seduta sul divano, lui è lì accanto a te e tace.
Vai in bagno, lui ti segue e tace.
Torni in sala, ti siedi.
Pensi che magari con la Tv accesa potresti non sentirne il suono allora imposti la vibrazione, però rifletti e capisci che magari così lo senti anche meno allora alzi di nuovo il volume.
Stai ufficialmente impazzendo per una telefonata che non arriva.
Intavoli un dialogo con la tua coscienza per ingannare il tempo.
CO: l’hai conosciuto solo la sera prima.
TU: è vero, però mi ha avvicinato lui.
CO: sì, ma lo stavi fissando.
TU: se lui se n’è accorto significa che stava facendo altrettanto.
CO: gli hai sorriso per prima.
TU: lui è venuto verso di me.
CO: gli hai subito dato il numero di cellulare.
TU: non è vero, abbiamo parlato per tutta la sera e gliel’ho dato solo alla fine, prima di andare via.
CO: te l’ha chiesto lui?
TU: certo, cosa credi? E poi mi ha lasciato il suo.
CO: classico, cosi non è costretto a chiamarti e aspetterà che lo faccia tu.
TU: ma io non lo farò, ho resistito tutto il giorno e non cederò certo adesso.
CO: se però non ti chiamasse sprecheresti un’occasione per orgoglio.
TU: ma mi chiamerà, mi chiamerà. Mi chiamerà?
CO: ah, non lo so. Come siete rimasti ieri sera?
TU: boh, non so. In realtà non siamo rimasti. Cioè forse sì, del resto se mi ha chiesto il numero vorrà dire qualcosa no?
CO: non è detto, magari l’ha fatto per cortesia.
TU: i numeri di telefono si chiedono per interesse non per cortesia.
CO: sono le 6 di sera, mi dici perché ancora non ti ha chiamato? A che ora vuole organizzarla la serata?
TU: ah, perché tu dici che vuole passare la serata con me? Magari.
E cosa mi metto? Come mi trucco? Oddio devo lavarmi i capelli…
CO: ma ti ha chiamato?
TU: no.
Driin driin (si, sei orgogliosa di essere una delle poche ad avere una suoneria normale), il telefono squilla!
Sta squillando!
Ecco, oddio, è lui, panico.
Premi il tasto verde e con tutta l’indifferenza e la calma che conosci, nell’agitazione totale, dici:
“Pronto?”
“Ciao, sono io mi riconosci?”
“Certo, ciao, come stai?”
Hai pronunciato solo cinque parole e già la salivazione è azzerata.
La conversazione comincia.
Tu svolazzi per la casa grazie alle alette che ti sono spuntate sulla schiena, i tuoi occhi hanno la forma di due cuori e il sorriso che hai sulla faccia è in omaggio con il pacchetto “cotta”.
Parlate di tutto.
Già te lo immagini sotto casa alle 9 in punto, ti farà uno squillo sul cellulare e tu scenderai con la modalità “figa di legno” attivata.
Lui sarà bellissimo e ti starà aspettando fuori dalla macchina.
Ti porterà in uno splendido ristorante e…
“Va bene, allora ascolta ci sentiamo presto, magari in settimana, ti auguro una buona serata. Ciao”
Dopo aver sentito queste sue parole, senti le tue: “Ok, perfetto. Ciao”
E attacchi.
Poi vai davanti ad uno specchio e noti tre cose:
le alette dietro la schiena si sono atrofizzate, rinsecchite, i cuoricini sugli occhi si sono infranti in mille pezzi e la tua bocca non presenta più un sorriso paretico ma è spalancata, talmente, che la mascella tocca quasi le clavicole.
Nonostante ciò, ancora non credi a quello che hai sentito: non è possibile che lui, dopo una telefonata di un’ora e mezza, alle 7.30 di sabato, quando l’unica cosa normale che si può fare è mettersi d’accordo per la serata, ti abbia liquidato in quel modo.
Ora.
Il fatto che non ti abbia invitato fuori rappresenta, da solo, una martellata nei denti alla tua autostima, roba da passare i seguenti sei mesi sul divano, affogata nella nutella.
Ma lasciamo perdere.
Quello che non puoi perdonare, che non riesci proprio a tollerare, sono le tre cose che ti ha detto concludendo la telefonata.
Nel decalogo delle frasi da non dire ad una donna queste hanno una menzione speciale, un posto d’onore, un premio alla carriera.
Sembrano innocue, addirittura educate e cortesi.
Sono inappellabili, indiscutibili, immodificabili.
Dopo averle sentite non puoi far altro che prenderne atto.
Ci sentiamo presto.
Non si può usare la parola “presto”:
suona come “non so quando”, “non ho ben chiaro il giorno, il mese, l’anno”.
“presto” è indefinito, meglio di “mai” ma molto peggio di una data precisa.
“presto” ti lascia lì, in bilico, su un filo sottile con i tacchi a spillo.
“presto” è troppo lontano.
Magari in settimana.
Magari? Come sarebbe a dire “magari”?
Si o no, non magari.
“Magari” significa “se ne ho voglia”, “se non ho altro da fare”, “se inciampo casualmente in un sasso e se il sasso mi ricorda il lago se il lago mi ricorda il verde e se il verde mi ricorda i tuoi occhi e se i tuoi occhi mi ricordano te. Altrimenti no.”
Ti auguro una buona serata.
Non ci siamo.
Augurami che inizi a piovere mentre sto uscendo dal parrucchiere e sono senza ombrello, augurami di perdere l’ultimo autobus alle 11 di sera, augurami di puzzare come il gorgonzola ammuffito prima di un colloquio importante, qualsiasi cosa.
Ma non augurarmi “buona serata”.
“Buona serata” è troppo definitivo e assolutamente disinteressato.
Significa: “Io ho i miei programmi e non mi interessa per nulla quali siano i tuoi, in ogni caso divertiti”.
E no.
“Buona serata” non lascia speranza, fa capire che non ci saranno altri contatti, è una porta chiusa in faccia mentre stai salutando.
E’ la cafonaggine mascherata da educazione.
Rimane il fatto che la telefonata è finita da un po’.
Tu sei ancora lì, in piedi.
Ti giri e vedi il tuo ego accasciato in un angolo, sgonfio.
Poi senti che qualcuno ti sta battendo una manina appuntita sulla spalla, è il tuo supereroe, quello che, come sempre, giunge all’ultimo nelle situazioni disperate e ti salva, il suo nome è ORGOGLIO.
Tadàn.
Ma forse questa volta è arrivato in ritardo: la vostra conversazione ormai è finita.
Inizi con le considerazioni di rito sull’onda del “Lui non sa chi sono io”.
E poi…
…driin- driin, il cellulare squilla di nuovo.
Guardi chi è.
E’ lui.
“Pronto?” rispondi (sottotitolo: “Sciocco, sapevo che non potevi resistermi”)
“Ciao, senti, siccome stasera mi è saltato l’impegno che avevo e i miei amici non ci sono pensavo che potremmo mangiare una pizza veloce io e te” (sottotitolo: sono quasi a piedi tu come stai messa a ruote di scorta?)
Respiri.
Ti giri.
L’orgoglio ti strizza l’occhio e urla “Vai è il tuo momento, la scena è tua, l’unica luce che c’è è sopra di te”.
L’ego sta volando per la casa più gonfio che mai.
Respiri ancora.
Sai che un ghigno malefico è apparso sul tuo volto, sei calma, calmissima, felice, soddisfatta, appagata.
E finalmente rispondi:
“Guarda, no. Sai, è ancora troppo presto per fare programmi; però magari ci becchiamo in giro. Ti auguro comunque una buona serata”
Buio in sala. Il sipario si chiude. Applausi.
Hai passato l’aspirapolvere; hai spolverato tutti i mobili, tutte le mensole e tutti gli swaroski, uno per uno; hai sistemato tutti i cd in ordine alfabetico d’autore; hai innaffiato le piante che stavano seccando; hai diviso i semini del fagiolo da quelli del girasole, hai tagliato per bene tutti i bollini sul cartone del latte e li hai incollati sull’apposita scheda.
Ti guardi intorno nella speranza che ci sia almeno un calzino da lavare, una scarpa da lucidare, una camicia da stirare.
Niente, non hai più nulla da fare.
Dopo mezz’ora passata a camminare su e giù per la sala decidi che forse è il momento di smetterla, ti convinci che ce la puoi fare, che sei grande abbastanza per affrontarlo.
Lui è là sul mobile, immobile.
Ti avvicini e lo guardi con aria di sfida.
Siete soli, tu e il tuo cellulare.
Lo prendi e controlli: nessun messaggio ricevuto, nessuna chiamata.
Maledizione.
Lo guardi quasi implorando che squilli e speri che a nessuno tra i tuoi conoscenti e/o familiari venga in mente di contattarti.
Succede sempre così: quando sei lì in trepida attesa per una chiamata o un messaggio, non si sa per quale legge divina, tua madre ha sempre la brillante idea di scriverti.
Così, prima tu senti l’avviso e ti viene un colpo, poi leggi “Gioia, ti volevo solo salutare. Un bacio, mamma.”
Ma perché?
Intanto il telefono tace.
Tu sei seduta sul divano, lui è lì accanto a te e tace.
Vai in bagno, lui ti segue e tace.
Torni in sala, ti siedi.
Pensi che magari con la Tv accesa potresti non sentirne il suono allora imposti la vibrazione, però rifletti e capisci che magari così lo senti anche meno allora alzi di nuovo il volume.
Stai ufficialmente impazzendo per una telefonata che non arriva.
Intavoli un dialogo con la tua coscienza per ingannare il tempo.
CO: l’hai conosciuto solo la sera prima.
TU: è vero, però mi ha avvicinato lui.
CO: sì, ma lo stavi fissando.
TU: se lui se n’è accorto significa che stava facendo altrettanto.
CO: gli hai sorriso per prima.
TU: lui è venuto verso di me.
CO: gli hai subito dato il numero di cellulare.
TU: non è vero, abbiamo parlato per tutta la sera e gliel’ho dato solo alla fine, prima di andare via.
CO: te l’ha chiesto lui?
TU: certo, cosa credi? E poi mi ha lasciato il suo.
CO: classico, cosi non è costretto a chiamarti e aspetterà che lo faccia tu.
TU: ma io non lo farò, ho resistito tutto il giorno e non cederò certo adesso.
CO: se però non ti chiamasse sprecheresti un’occasione per orgoglio.
TU: ma mi chiamerà, mi chiamerà. Mi chiamerà?
CO: ah, non lo so. Come siete rimasti ieri sera?
TU: boh, non so. In realtà non siamo rimasti. Cioè forse sì, del resto se mi ha chiesto il numero vorrà dire qualcosa no?
CO: non è detto, magari l’ha fatto per cortesia.
TU: i numeri di telefono si chiedono per interesse non per cortesia.
CO: sono le 6 di sera, mi dici perché ancora non ti ha chiamato? A che ora vuole organizzarla la serata?
TU: ah, perché tu dici che vuole passare la serata con me? Magari.
E cosa mi metto? Come mi trucco? Oddio devo lavarmi i capelli…
CO: ma ti ha chiamato?
TU: no.
Driin driin (si, sei orgogliosa di essere una delle poche ad avere una suoneria normale), il telefono squilla!
Sta squillando!
Ecco, oddio, è lui, panico.
Premi il tasto verde e con tutta l’indifferenza e la calma che conosci, nell’agitazione totale, dici:
“Pronto?”
“Ciao, sono io mi riconosci?”
“Certo, ciao, come stai?”
Hai pronunciato solo cinque parole e già la salivazione è azzerata.
La conversazione comincia.
Tu svolazzi per la casa grazie alle alette che ti sono spuntate sulla schiena, i tuoi occhi hanno la forma di due cuori e il sorriso che hai sulla faccia è in omaggio con il pacchetto “cotta”.
Parlate di tutto.
Già te lo immagini sotto casa alle 9 in punto, ti farà uno squillo sul cellulare e tu scenderai con la modalità “figa di legno” attivata.
Lui sarà bellissimo e ti starà aspettando fuori dalla macchina.
Ti porterà in uno splendido ristorante e…
“Va bene, allora ascolta ci sentiamo presto, magari in settimana, ti auguro una buona serata. Ciao”
Dopo aver sentito queste sue parole, senti le tue: “Ok, perfetto. Ciao”
E attacchi.
Poi vai davanti ad uno specchio e noti tre cose:
le alette dietro la schiena si sono atrofizzate, rinsecchite, i cuoricini sugli occhi si sono infranti in mille pezzi e la tua bocca non presenta più un sorriso paretico ma è spalancata, talmente, che la mascella tocca quasi le clavicole.
Nonostante ciò, ancora non credi a quello che hai sentito: non è possibile che lui, dopo una telefonata di un’ora e mezza, alle 7.30 di sabato, quando l’unica cosa normale che si può fare è mettersi d’accordo per la serata, ti abbia liquidato in quel modo.
Ora.
Il fatto che non ti abbia invitato fuori rappresenta, da solo, una martellata nei denti alla tua autostima, roba da passare i seguenti sei mesi sul divano, affogata nella nutella.
Ma lasciamo perdere.
Quello che non puoi perdonare, che non riesci proprio a tollerare, sono le tre cose che ti ha detto concludendo la telefonata.
Nel decalogo delle frasi da non dire ad una donna queste hanno una menzione speciale, un posto d’onore, un premio alla carriera.
Sembrano innocue, addirittura educate e cortesi.
Sono inappellabili, indiscutibili, immodificabili.
Dopo averle sentite non puoi far altro che prenderne atto.
Ci sentiamo presto.
Non si può usare la parola “presto”:
suona come “non so quando”, “non ho ben chiaro il giorno, il mese, l’anno”.
“presto” è indefinito, meglio di “mai” ma molto peggio di una data precisa.
“presto” ti lascia lì, in bilico, su un filo sottile con i tacchi a spillo.
“presto” è troppo lontano.
Magari in settimana.
Magari? Come sarebbe a dire “magari”?
Si o no, non magari.
“Magari” significa “se ne ho voglia”, “se non ho altro da fare”, “se inciampo casualmente in un sasso e se il sasso mi ricorda il lago se il lago mi ricorda il verde e se il verde mi ricorda i tuoi occhi e se i tuoi occhi mi ricordano te. Altrimenti no.”
Ti auguro una buona serata.
Non ci siamo.
Augurami che inizi a piovere mentre sto uscendo dal parrucchiere e sono senza ombrello, augurami di perdere l’ultimo autobus alle 11 di sera, augurami di puzzare come il gorgonzola ammuffito prima di un colloquio importante, qualsiasi cosa.
Ma non augurarmi “buona serata”.
“Buona serata” è troppo definitivo e assolutamente disinteressato.
Significa: “Io ho i miei programmi e non mi interessa per nulla quali siano i tuoi, in ogni caso divertiti”.
E no.
“Buona serata” non lascia speranza, fa capire che non ci saranno altri contatti, è una porta chiusa in faccia mentre stai salutando.
E’ la cafonaggine mascherata da educazione.
Rimane il fatto che la telefonata è finita da un po’.
Tu sei ancora lì, in piedi.
Ti giri e vedi il tuo ego accasciato in un angolo, sgonfio.
Poi senti che qualcuno ti sta battendo una manina appuntita sulla spalla, è il tuo supereroe, quello che, come sempre, giunge all’ultimo nelle situazioni disperate e ti salva, il suo nome è ORGOGLIO.
Tadàn.
Ma forse questa volta è arrivato in ritardo: la vostra conversazione ormai è finita.
Inizi con le considerazioni di rito sull’onda del “Lui non sa chi sono io”.
E poi…
…driin- driin, il cellulare squilla di nuovo.
Guardi chi è.
E’ lui.
“Pronto?” rispondi (sottotitolo: “Sciocco, sapevo che non potevi resistermi”)
“Ciao, senti, siccome stasera mi è saltato l’impegno che avevo e i miei amici non ci sono pensavo che potremmo mangiare una pizza veloce io e te” (sottotitolo: sono quasi a piedi tu come stai messa a ruote di scorta?)
Respiri.
Ti giri.
L’orgoglio ti strizza l’occhio e urla “Vai è il tuo momento, la scena è tua, l’unica luce che c’è è sopra di te”.
L’ego sta volando per la casa più gonfio che mai.
Respiri ancora.
Sai che un ghigno malefico è apparso sul tuo volto, sei calma, calmissima, felice, soddisfatta, appagata.
E finalmente rispondi:
“Guarda, no. Sai, è ancora troppo presto per fare programmi; però magari ci becchiamo in giro. Ti auguro comunque una buona serata”
Buio in sala. Il sipario si chiude. Applausi.
Cantate con me
Addio e grazie per il pesce,
anche se in fondo ci rincresce,
la vita a volte va così...
L’intelligenza che c’è in voi
non vi ha mai reso come noi,
non c’è rispetto verso le cose belle...
Vi salutiamo e grazie
per tutto il pesce!
Il mondo si distruggerà
la colpa è vostra e si sa
e tanti lo sapevano già (già da un anno)
La pesca qui è tragica
è fuori da ogni logica,
ma molti di voi non sono cattivi affatto...
Addio addio addio addio addio!
Addio addio addio addio addio!
Vi salutiamo e grazie per tutto il pesce!
Io in testa ho un pallino
Posso avere un pesciolino?
Una cosa vorrei far
Imparare a cantare
Ah! Che gioia infinita,
tutti nell’oceano della vita...
Addio addio addio addio addio!
Addio addio addio addio addio!
Vi salutiamo e grazie per tutto il pesce!
giovedì 16 novembre 2006
Ode al coniglietto
“E’ tardi, è tardi sai, sono già in mezzo ai guai!”
Sarebbe il caso che qualcuno ogni tanto ci ricordasse che il tempo passa, così, giusto per regolarsi.
Perché tu sappia quante ore stai sul divano, ma non devi riposare.
Quanti minuti a scrivere, ma non serve.
A sessant’anni Stallone che torna sul ring.
Cinque anni con due torri in meno e altrettanti con due guerre in più.
E il bianconiglio si leva il panciotto e si copre di palline di fuliggine [op.cit.], perché nessuno può essere candido.
La verità è che ci si abitua a tutto.
Ogni tanto sarebbe il caso che qualcuno ci ricordasse.
Sarebbe il caso che qualcuno ogni tanto ci ricordasse che il tempo passa, così, giusto per regolarsi.
Perché tu sappia quante ore stai sul divano, ma non devi riposare.
Quanti minuti a scrivere, ma non serve.
A sessant’anni Stallone che torna sul ring.
Cinque anni con due torri in meno e altrettanti con due guerre in più.
E il bianconiglio si leva il panciotto e si copre di palline di fuliggine [op.cit.], perché nessuno può essere candido.
La verità è che ci si abitua a tutto.
Ogni tanto sarebbe il caso che qualcuno ci ricordasse.
La nuvole.
Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell'airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore
Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai
Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.
(F. De André)
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell'airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore
Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai
Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.
(F. De André)
mercoledì 15 novembre 2006
Cercasi jena disperatamente
cioè senza pere.
Come dice il "buon" Davide, dovrei scrivere in grassetto per farmi riconoscere.
Come dice il "buon" Davide, dovrei scrivere in grassetto per farmi riconoscere.
martedì 14 novembre 2006
Chi è causa del suo Val pianga sé stesso.
Dopo otto anni che uso questo nick, scopro che in giapponese Saseko è sinonimo “ragazza facile”.
È un po’ come andare in giro con "Troia" tatuato sul braccio.
Ahhh, l’autoironia.
E in questo mondo dove le insegnanti vanno a letto con gli studenti mentre il resto della classe picchia un compagno down, io cerco un posto.
Che bellezza.
È un po’ come andare in giro con "Troia" tatuato sul braccio.
Ahhh, l’autoironia.
E in questo mondo dove le insegnanti vanno a letto con gli studenti mentre il resto della classe picchia un compagno down, io cerco un posto.
Che bellezza.
Tic tac tic tac tic tac
Salve.
Ho aperto un blog da meno di 24 ore e ho già ricevuto, nell’ordine:
- Numero 1 considerazione: “Non c’è scritto nulla di nuovo da ieri”
- Numero 1 consiglio: “Inserisci una tua foto così aumenti i visitatori”
- Numero 1 critica. “Che palle, due racconti in stile primo giorno di scuola"
Da qualche parte dovevo pur cominciare ma perché proprio da quella sbagliata?
Intanto scrivo.
La mia vita potrebbe essere riassunta così: ho 26 anni e lavoro.
Se lavorassi, ma siccome sono in stage, il riassunto diventa: ho 26 anni e stagiono.
Nessun altra certezza, solo punti interrogativi che aleggiano “tutt’intorno a me”.
Se Dante fosse vivo e stesse scrivendo adesso la Divina Commedia, gli chiederei di inserire nell’Inferno il Girone dei Precari.
Già me lo immagino: schiere di persone che vagano da un punto all’altro e ognuna di queste china sotto il peso di un enorme cronometro.
I cronometri sono di tre tipi: il primo è impostato per bloccarsi alla fine di una sola settimana, il secondo alla fine di tre mesi, il terzo alla fine di sei.
Quando scade il tempo la persona salta in aria.
Dannati.
Io non posso darvi un quadro definito e definitivo della mia vita (non ce l’ho), però posso raccontarvi tutte le cose interessanti che accadono ad una ragazza di 26 anni con un enorme cronometro sulla schiena che si bloccherà tra meno di un mese.
Ho aperto un blog da meno di 24 ore e ho già ricevuto, nell’ordine:
- Numero 1 considerazione: “Non c’è scritto nulla di nuovo da ieri”
- Numero 1 consiglio: “Inserisci una tua foto così aumenti i visitatori”
- Numero 1 critica. “Che palle, due racconti in stile primo giorno di scuola"
Da qualche parte dovevo pur cominciare ma perché proprio da quella sbagliata?
Intanto scrivo.
La mia vita potrebbe essere riassunta così: ho 26 anni e lavoro.
Se lavorassi, ma siccome sono in stage, il riassunto diventa: ho 26 anni e stagiono.
Nessun altra certezza, solo punti interrogativi che aleggiano “tutt’intorno a me”.
Se Dante fosse vivo e stesse scrivendo adesso la Divina Commedia, gli chiederei di inserire nell’Inferno il Girone dei Precari.
Già me lo immagino: schiere di persone che vagano da un punto all’altro e ognuna di queste china sotto il peso di un enorme cronometro.
I cronometri sono di tre tipi: il primo è impostato per bloccarsi alla fine di una sola settimana, il secondo alla fine di tre mesi, il terzo alla fine di sei.
Quando scade il tempo la persona salta in aria.
Dannati.
Io non posso darvi un quadro definito e definitivo della mia vita (non ce l’ho), però posso raccontarvi tutte le cose interessanti che accadono ad una ragazza di 26 anni con un enorme cronometro sulla schiena che si bloccherà tra meno di un mese.
lunedì 13 novembre 2006
Quando tutto cominciò
E' il primo tentativo. Forse un giorno spiegheremo il perchè di questo nome, ma voi continuerete a chiedervi comunque il perchè di questo blog.
Intanto, vi presento la mia amara metà.
Con il racconto più lungo che io abbia mai scritto.
Intanto, vi presento la mia amara metà.
Con il racconto più lungo che io abbia mai scritto.
Saseko
21 febbraio 2005.
Primo colloquio in Accademia, per il master in copywriting a Milano.
Il sogno che stava cominciando e bla bla bla.
Entro in Accademia con mio padre al seguito.
Stonava tantissimo in quell’ambiente, o forse stonavo io.
Stonavamo io e lui insieme, lì.
Ero la classica ragazzina che va agli appuntamenti importanti con il genitore di rappresentanza, garante di chissà che cosa. Maledizione.
Al colloquio successivo mi sarei ricordata di legarlo al sedile della macchina.
Comunque.
All’entrata, una signora magra con i capelli a caschetto neri, grigi e bianchi, con una voce che da sola era la pubblicità alle Marlboro rosse e un tailleur di panno, che da solo era la pubblicità al Tirolo, mi dice:
“Accomodati in Toro”
“Prego?” rispondo io.
“Devi entrare in questa stanza, vedi la targhetta sulla porta? Cosa c’è scritto? C’è scritto Toro, quindi questa è la stanza Toro e tu…”
“E io devo accomodarmi in Toro” la interrompo, entro e mi siedo.
Attorno ad un tavolo bianco e rettangolare c’erano già tre persone: un ragazzo moro, alto, del sud, e due ragazze una mora, bassa, del nord e l’altra bionda, vestita di rosso e nero, con gli occhiali.
Non abbiamo molto tempo per i “Cometichiamididoveseiquantiannihai" perché entra un Babbo Natale michelangiolesco, capo dell’Accademia o marito del capo o ex marito, insomma ”quello che contava”.
Inizia il colloquio, domande generali, a turno.
Pubblicità, copywriting, “Perché siete qua?” comunicazione, semiotica, “Perché volete fare questo lavoro?” politica, nuovi linguaggi.
Io, lui e l’altra (quella del Nord) eravamo chiusi in un triangolo di silenzio.
Non so perché ma non avevo cose da dire, almeno non cose intelligenti e quindi assistevo alla performance dell’unica che dal pulpito cercava di entusiasmare la folla: la tipa tutta vestita di rosso e nero, con gli occhiali, bionda.
Parlava con un tono da pubblicitaria rampante (non chiedetemi quale sia), passandosi il pollice e l’indice ai lati della bocca (gesto che poi le ho visto ripetere un’infinità di volte con l’optional della sigaretta tra il medio e l’indice), muovendo le mani in continuazione, quasi a supporto delle sue parole.
Io la guardavo e pensavo: “Cavolo quanto ne sa questa, la prendono di sicuro. E quei due lì davanti? No quelli no, quelli non incidono, non spiccano, non interessano. E io?”
Io nemmeno, probabilmente.
Osservavo l’orATTRice e mi chiedevo quando le si sarebbe seccata la gola, lei mi ricambiava guardandomi con un’aria che diceva “Io ne so di più e no, la gola non mi secca”.
Già mi stava antipatica.
Non avrei mai potuto legare con una così.
Figurarsi.
Il primo colloquio si è concluso con un test pseudo-psicologico in cui dovevamo rappresentare noi stessi disegnando forme geometriche con dei pastelli colorati: io ho fatto un quadrato rosso, lei un cerchio giallo entrambi rigorosamente al centro del foglio.
Particolare comune da non sottovalutare.
Il mio primo incontro con Valentina è stato così, poche parole, qualche sguardo, molti pensieri. Negativi.
Il secondo sarebbe avvenuto qualche mese più tardi: fine Settembre, ancora in un’aula di Accademia dove nel frattempo avevamo iniziato il master.
Io ero seduta, lei entra e lancia lo sguardo più freddo, altezzoso, superbo, sprezzante che abbia mai visto in vita mia.
Non era indirizzato a me, per sua fortuna, ma mi ha ugualmente ghiacciato.
Due ore dopo, a casa, abbracciata ad un termosifone per cercare di scongelarmi, al telefono con mia madre ho detto:
“Ti ricordi quella ragazza che ha fatto il colloquio con me?”
“No”
“Ecco, quella. E’ una stronza, una che cammina sottobraccio al suo ego, una che se la tira manco fosse un elastico, una che…”
“Ma scusa perché dici così? Le hai parlato?”
“No.”
“Ah.”
“Ma sai le sensazioni? Io certe cose le capisco immediatamente”
Non avevo capito una beneamata ma questo l’ho realizzato dopo.
All’inizio avevo indirizzato la mia attenzione verso altre persone una delle quali adesso è intenta ad arrampicarsi sulla scala della pubblicità italiana, poi europea, quindi mondiale (nell’attesa che aprano agenzie su marte) Peccato che ciò su cui mette i piedi non siano pioli ma persone. Questa, però, è un’altra storia che magari scriverò a parte e intitolerò pixel.
Io e Valentina abbiamo speso mesi a gravitare l’una nell’orbita dell’altra.
Credo di non aver mai parlato con lei, nemmeno per sbaglio, almeno fino a Dicembre.
Scambiavamo qualche parola durante le pause caffè barra sigaretta, ma nulla di più.
A Gennaio, la svolta.
In poco tempo abbiamo recuperato mesi di diffidente studio reciproco capendo che eravamo destinate all’unione. Nei secoli dei secoli amen.
Amore all’ennesima vista insomma, ma amore.
Come nel Memory: trova le tessere uguali e vinci.
Così pausa sigaretta dopo pausa sigaretta (lei fumava le sue, io anche), art dopo art (dopo art), antipatie comuni dopo antipatie comuni, esperienze simili dopo esperienze simili, siamo arrivate ad oggi.
E oggi penso che la nostra amicizia sia qualcosa di speciale e solido, nata dalle parole e costruita sui fatti, costellata da considerazioni ciniche, battute stupide, offese affettuose, stima reciproca.
E sguardi.
Primo colloquio in Accademia, per il master in copywriting a Milano.
Il sogno che stava cominciando e bla bla bla.
Entro in Accademia con mio padre al seguito.
Stonava tantissimo in quell’ambiente, o forse stonavo io.
Stonavamo io e lui insieme, lì.
Ero la classica ragazzina che va agli appuntamenti importanti con il genitore di rappresentanza, garante di chissà che cosa. Maledizione.
Al colloquio successivo mi sarei ricordata di legarlo al sedile della macchina.
Comunque.
All’entrata, una signora magra con i capelli a caschetto neri, grigi e bianchi, con una voce che da sola era la pubblicità alle Marlboro rosse e un tailleur di panno, che da solo era la pubblicità al Tirolo, mi dice:
“Accomodati in Toro”
“Prego?” rispondo io.
“Devi entrare in questa stanza, vedi la targhetta sulla porta? Cosa c’è scritto? C’è scritto Toro, quindi questa è la stanza Toro e tu…”
“E io devo accomodarmi in Toro” la interrompo, entro e mi siedo.
Attorno ad un tavolo bianco e rettangolare c’erano già tre persone: un ragazzo moro, alto, del sud, e due ragazze una mora, bassa, del nord e l’altra bionda, vestita di rosso e nero, con gli occhiali.
Non abbiamo molto tempo per i “Cometichiamididoveseiquantiannihai" perché entra un Babbo Natale michelangiolesco, capo dell’Accademia o marito del capo o ex marito, insomma ”quello che contava”.
Inizia il colloquio, domande generali, a turno.
Pubblicità, copywriting, “Perché siete qua?” comunicazione, semiotica, “Perché volete fare questo lavoro?” politica, nuovi linguaggi.
Io, lui e l’altra (quella del Nord) eravamo chiusi in un triangolo di silenzio.
Non so perché ma non avevo cose da dire, almeno non cose intelligenti e quindi assistevo alla performance dell’unica che dal pulpito cercava di entusiasmare la folla: la tipa tutta vestita di rosso e nero, con gli occhiali, bionda.
Parlava con un tono da pubblicitaria rampante (non chiedetemi quale sia), passandosi il pollice e l’indice ai lati della bocca (gesto che poi le ho visto ripetere un’infinità di volte con l’optional della sigaretta tra il medio e l’indice), muovendo le mani in continuazione, quasi a supporto delle sue parole.
Io la guardavo e pensavo: “Cavolo quanto ne sa questa, la prendono di sicuro. E quei due lì davanti? No quelli no, quelli non incidono, non spiccano, non interessano. E io?”
Io nemmeno, probabilmente.
Osservavo l’orATTRice e mi chiedevo quando le si sarebbe seccata la gola, lei mi ricambiava guardandomi con un’aria che diceva “Io ne so di più e no, la gola non mi secca”.
Già mi stava antipatica.
Non avrei mai potuto legare con una così.
Figurarsi.
Il primo colloquio si è concluso con un test pseudo-psicologico in cui dovevamo rappresentare noi stessi disegnando forme geometriche con dei pastelli colorati: io ho fatto un quadrato rosso, lei un cerchio giallo entrambi rigorosamente al centro del foglio.
Particolare comune da non sottovalutare.
Il mio primo incontro con Valentina è stato così, poche parole, qualche sguardo, molti pensieri. Negativi.
Il secondo sarebbe avvenuto qualche mese più tardi: fine Settembre, ancora in un’aula di Accademia dove nel frattempo avevamo iniziato il master.
Io ero seduta, lei entra e lancia lo sguardo più freddo, altezzoso, superbo, sprezzante che abbia mai visto in vita mia.
Non era indirizzato a me, per sua fortuna, ma mi ha ugualmente ghiacciato.
Due ore dopo, a casa, abbracciata ad un termosifone per cercare di scongelarmi, al telefono con mia madre ho detto:
“Ti ricordi quella ragazza che ha fatto il colloquio con me?”
“No”
“Ecco, quella. E’ una stronza, una che cammina sottobraccio al suo ego, una che se la tira manco fosse un elastico, una che…”
“Ma scusa perché dici così? Le hai parlato?”
“No.”
“Ah.”
“Ma sai le sensazioni? Io certe cose le capisco immediatamente”
Non avevo capito una beneamata ma questo l’ho realizzato dopo.
All’inizio avevo indirizzato la mia attenzione verso altre persone una delle quali adesso è intenta ad arrampicarsi sulla scala della pubblicità italiana, poi europea, quindi mondiale (nell’attesa che aprano agenzie su marte) Peccato che ciò su cui mette i piedi non siano pioli ma persone. Questa, però, è un’altra storia che magari scriverò a parte e intitolerò pixel.
Io e Valentina abbiamo speso mesi a gravitare l’una nell’orbita dell’altra.
Credo di non aver mai parlato con lei, nemmeno per sbaglio, almeno fino a Dicembre.
Scambiavamo qualche parola durante le pause caffè barra sigaretta, ma nulla di più.
A Gennaio, la svolta.
In poco tempo abbiamo recuperato mesi di diffidente studio reciproco capendo che eravamo destinate all’unione. Nei secoli dei secoli amen.
Amore all’ennesima vista insomma, ma amore.
Come nel Memory: trova le tessere uguali e vinci.
Così pausa sigaretta dopo pausa sigaretta (lei fumava le sue, io anche), art dopo art (dopo art), antipatie comuni dopo antipatie comuni, esperienze simili dopo esperienze simili, siamo arrivate ad oggi.
E oggi penso che la nostra amicizia sia qualcosa di speciale e solido, nata dalle parole e costruita sui fatti, costellata da considerazioni ciniche, battute stupide, offese affettuose, stima reciproca.
E sguardi.
Jelena
Sono laureata da sette mesi e 28 giorni, e non mi è servito a nulla bussare perché non mi hanno sentita.
È il 21 febbraio del 2005 e sono qui a giocare l’ultima carta prima di salire sul treno che mi riporterà alla vita umida e lenta di una città provinciale.
- Sono tesa - qualcuno dovrà dirmi se finora ho seguito una vocazione muta.
Notti alcoliche mi alitano sul collo e aspettano alla stazione di Bari.
“Buongiorno, sono qui per il colloquio mastercopy”.
“Accomodati in Toro”.
Questa non me l’aveva mai detta nessuno, nemmeno quando scrivevo l’oroscopo per un sito femminile. La prima occasione di vedere pubblicato qualcosa di mio, i primi cinque mesi a Milano. Ricordo il silenzio, il nescafè nel latte al mattino, le mani spaccate dal vento.
Non voglio fare questa vita.
“Ciao”.
“Ciao”.
“Ciao”.
“Ciao”.
Quattro anime intorno a un tavolo.
L’imbarazzo è interrotto dall’arrivo del mega super capo galattico: un Babbo Natale magrissimo che ci ha nel sacco.
“Chi siete? Dove andate? Cosa portate? 14.000 fiorini”.
Domande del rituale di presentazione: in ordine, a partire dalla destra del padre, un ragazzo di Matera che sono 31 anni che si domanda cosa fare e forse quest’anno vince la risposta.
Non l’ho più visto, quindi: non il copywriter.
Accanto a lui una ragazza magra, puntuta, con dieci anni di meno e quasi diplomo-laureata. Alla trentaduesima parola mi è già salita la carogna sulle spalle: utilizza un linguaggio costruito, coglie ogni occasione per infilare nel discorso termini desueti, è affettata.
O rischia di esserlo se non la smette.
Tre, numero perfetto, me.
Cerco di dire tutto, chi sono, cosa ho fatto, cosa voglio fare, dove come quando e perché, devo convincerlo che sono il suo uomo.
Ma ho abusato di battutine e pause a pseudo effetto, oddio, ecco, ho sbagliato tutto, vaffanculo lo sapevo, è la fine, ma forse no, c’è questa qui che può fare peggio di me.
Elena di Massa.
Tutto quello che mi rimane in testa è questo: sono troppo concentrata a fissare i suoi occhiali.
Montatura bordeaux, stanghette spesse, ma perché scriverci Dior con tutti quei brillantini?
E perché così in grande?
Comincia il colloquio vero e proprio, domande e risposte, conto fino a dieci prima di parlare per non sembrare la solita maestrina del cazzo; ma è facile giocare contro una che si interrompe per ricordare le parole che ha imparato per venire qui, uno che si sta chiedendo quanto avrebbe risparmiato di treno da Matera e un’altra che ha recentemente subito la perdita del suo gatto e conseguentemente l’uso della lingua.
Ci lasciano soli a disegnare “te e il copywriting”.
Quattro colori a disposizione, quattro forme geometriche riproducibili, noi, quattro.
Elena di Massa è perplessa almeno quanto la sottoscritta.
Il risultato è: una serie di palle gialle e rosse per me, un enorme quadrato rosso per lei. Nulla in comune, a quanto pare.
Questa sensazione di distacco si accentua quando vedo un uomo sulla cinquantina aspettarla all’esterno dell’accademia. No, non è possibile: s’è fatta “accompagnare dai genitori” come a scuola. Scarico l’adrenalina infamandola nelle tre telefonate successive. Mamma, papà ed Enrico.
Perchè io c’ho la famiglia wireless.
12 marzo 2005.
Babbo natale mi ama in Toro e le renne stanno a guardare.
Ce l’ho fatta.
26 settembre 2005 - Primo giorno di lezione.
Entro tranquilla: ho la mia coperta di Pitt.
Capelli biondi, occhi chiari, un anno di università, Londra alcol e sigarette, un’aspirazione da copy continuano a tenerci assieme.
Non cerco e non trovo altre facce note.
Dopo un mese comincio ad intuire il malsano rapporto di coppia creativa:
COPY: “Stupido idiota Macdipendente. Guarda me, che con una penna e un foglio posso girare il mondo; quanto ti ci vuole a cambiare il colore di quello sfondo?”.
ART: ”Solo perché dici di conoscere l’italiano credi di essere creativo. Guarda che sono tutti capaci a mettere tre parole in croce. Almeno lo sai che font è femminile?”.
Primo brief per un concorso, ci sottopongono al rito dell'assegnazione delle coppie.
C’è da fare l’appello anche d’uscita per essere certi che nessuno di noi si sia suicidato durante la pausa.
Una voce acuta e sprezzante, con una sottile venatura d’acido, sta elencando i nostri nomi, dai quali arbitrariamente l’accento toscano esclude qualche lettera.
Riconosco una mia compagna di corso che deve aver avuto il primo incontro con la coca, dato che di solito sta zitta in un angolo.
Perplessa, tento di commentare la scena con il ragazzo che ho accanto.
“Oddio, ma l’hai vista?”.
Sorride e vedo comparire sulla sua faccia la parola BOH, che non capisco sia rivolta a me o a lei.
Ci riprovo: “tu con chi sei capitato?”.
“Con Dior”.
“Chi scusa?”.
“La vedi quella lì che urla alla scrivania? La chiamiamo così perchè ha gli occhiali bordeaux con la scritta Dior enorme di brillantini, lavoro con lei”.
La fisso mentre in testa sento i neuroni darsi la mano cantando “ui ar de cempions, mai freeend” ed elaboro la parola cazzo subito dopo Elena, toscana, zitta, ventisei anni, Dior e brillantini.
Il mio nuovo amico mi molla convinto ormai della mia stupidaggine, e in effetti sono in mezzo alla stanza inebetita.
Alla lezione successiva mi siedo in modo da avere l’occasione di parlarle il prima possibile.
“Scusa, ma io e te abbiamo fatto il primo colloquio insieme?”.
“Sì”. Il tono è lo stesso dell’appello, il sottotesto è “mi hai riconosciuta, stronza, ce ne hai messo di tempo”.
“Ah ecco, perchè avevi una faccia familiare” il sottotesto è “evidentemente non hai detto né fatto nulla di memorabile, idiota”.
Però deve averlo fatto dopo, perchè è l’unica sopravvissuta del gruppo.
La cosa mi incuriosisce, comincio ad osservarla da lontano.
E noto subito che nutre le mie stesse antipatie, qui dentro. Le pause caffè diventano occasione per lo scambio di veloci battute, poi il rito viene allungato con la sigaretta (che devo offrirle ogni volta), i commenti cominciano a diventare chiacchierate.
È evidente che abbiamo una serie di cose in comune, sia caratterialmente che nelle esperienze.
Passano le vacanze di Natale, una necessaria pausa di riflessione per decidere che al mio rientro voglio saperne di più.
Un pomeriggio di gennaio, la vedo arrivare per i corridoi con in mano la lista delle coppie per un brief importante, in cui rischio di lavorare con un art idiota.
“Elena, fammi vedere”.
Controllo i nomi ed ho la conferma.
“Aggiungimi al tuo gruppo, per questa volta lavoriamo in tre”.
Non fa una piega, mi dice che va bene e scrive il mio nome accanto al suo. E lì è rimasto.
Quel lavoro è stato l’occasione per il primo pranzo insieme, a casa mia.
E mi ricordo di aver parlato molto, seduta ognuna su un divano, a debita distanza per poterci avvicinare sul serio.
Dopo quel pomeriggio non ci siamo più allontanate, come a rafforzare quel muro che entrambe abbiamo costruito in solitudine; sottolineando le differenze per raddoppiare le cose in comune.
Ha cambiato gli occhiali, ma i brillantini ora ce li ha sulla giacca.
Maledizione.
È il 21 febbraio del 2005 e sono qui a giocare l’ultima carta prima di salire sul treno che mi riporterà alla vita umida e lenta di una città provinciale.
- Sono tesa - qualcuno dovrà dirmi se finora ho seguito una vocazione muta.
Notti alcoliche mi alitano sul collo e aspettano alla stazione di Bari.
“Buongiorno, sono qui per il colloquio mastercopy”.
“Accomodati in Toro”.
Questa non me l’aveva mai detta nessuno, nemmeno quando scrivevo l’oroscopo per un sito femminile. La prima occasione di vedere pubblicato qualcosa di mio, i primi cinque mesi a Milano. Ricordo il silenzio, il nescafè nel latte al mattino, le mani spaccate dal vento.
Non voglio fare questa vita.
“Ciao”.
“Ciao”.
“Ciao”.
“Ciao”.
Quattro anime intorno a un tavolo.
L’imbarazzo è interrotto dall’arrivo del mega super capo galattico: un Babbo Natale magrissimo che ci ha nel sacco.
“Chi siete? Dove andate? Cosa portate? 14.000 fiorini”.
Domande del rituale di presentazione: in ordine, a partire dalla destra del padre, un ragazzo di Matera che sono 31 anni che si domanda cosa fare e forse quest’anno vince la risposta.
Non l’ho più visto, quindi: non il copywriter.
Accanto a lui una ragazza magra, puntuta, con dieci anni di meno e quasi diplomo-laureata. Alla trentaduesima parola mi è già salita la carogna sulle spalle: utilizza un linguaggio costruito, coglie ogni occasione per infilare nel discorso termini desueti, è affettata.
O rischia di esserlo se non la smette.
Tre, numero perfetto, me.
Cerco di dire tutto, chi sono, cosa ho fatto, cosa voglio fare, dove come quando e perché, devo convincerlo che sono il suo uomo.
Ma ho abusato di battutine e pause a pseudo effetto, oddio, ecco, ho sbagliato tutto, vaffanculo lo sapevo, è la fine, ma forse no, c’è questa qui che può fare peggio di me.
Elena di Massa.
Tutto quello che mi rimane in testa è questo: sono troppo concentrata a fissare i suoi occhiali.
Montatura bordeaux, stanghette spesse, ma perché scriverci Dior con tutti quei brillantini?
E perché così in grande?
Comincia il colloquio vero e proprio, domande e risposte, conto fino a dieci prima di parlare per non sembrare la solita maestrina del cazzo; ma è facile giocare contro una che si interrompe per ricordare le parole che ha imparato per venire qui, uno che si sta chiedendo quanto avrebbe risparmiato di treno da Matera e un’altra che ha recentemente subito la perdita del suo gatto e conseguentemente l’uso della lingua.
Ci lasciano soli a disegnare “te e il copywriting”.
Quattro colori a disposizione, quattro forme geometriche riproducibili, noi, quattro.
Elena di Massa è perplessa almeno quanto la sottoscritta.
Il risultato è: una serie di palle gialle e rosse per me, un enorme quadrato rosso per lei. Nulla in comune, a quanto pare.
Questa sensazione di distacco si accentua quando vedo un uomo sulla cinquantina aspettarla all’esterno dell’accademia. No, non è possibile: s’è fatta “accompagnare dai genitori” come a scuola. Scarico l’adrenalina infamandola nelle tre telefonate successive. Mamma, papà ed Enrico.
Perchè io c’ho la famiglia wireless.
12 marzo 2005.
Babbo natale mi ama in Toro e le renne stanno a guardare.
Ce l’ho fatta.
26 settembre 2005 - Primo giorno di lezione.
Entro tranquilla: ho la mia coperta di Pitt.
Capelli biondi, occhi chiari, un anno di università, Londra alcol e sigarette, un’aspirazione da copy continuano a tenerci assieme.
Non cerco e non trovo altre facce note.
Dopo un mese comincio ad intuire il malsano rapporto di coppia creativa:
COPY: “Stupido idiota Macdipendente. Guarda me, che con una penna e un foglio posso girare il mondo; quanto ti ci vuole a cambiare il colore di quello sfondo?”.
ART: ”Solo perché dici di conoscere l’italiano credi di essere creativo. Guarda che sono tutti capaci a mettere tre parole in croce. Almeno lo sai che font è femminile?”.
Primo brief per un concorso, ci sottopongono al rito dell'assegnazione delle coppie.
C’è da fare l’appello anche d’uscita per essere certi che nessuno di noi si sia suicidato durante la pausa.
Una voce acuta e sprezzante, con una sottile venatura d’acido, sta elencando i nostri nomi, dai quali arbitrariamente l’accento toscano esclude qualche lettera.
Riconosco una mia compagna di corso che deve aver avuto il primo incontro con la coca, dato che di solito sta zitta in un angolo.
Perplessa, tento di commentare la scena con il ragazzo che ho accanto.
“Oddio, ma l’hai vista?”.
Sorride e vedo comparire sulla sua faccia la parola BOH, che non capisco sia rivolta a me o a lei.
Ci riprovo: “tu con chi sei capitato?”.
“Con Dior”.
“Chi scusa?”.
“La vedi quella lì che urla alla scrivania? La chiamiamo così perchè ha gli occhiali bordeaux con la scritta Dior enorme di brillantini, lavoro con lei”.
La fisso mentre in testa sento i neuroni darsi la mano cantando “ui ar de cempions, mai freeend” ed elaboro la parola cazzo subito dopo Elena, toscana, zitta, ventisei anni, Dior e brillantini.
Il mio nuovo amico mi molla convinto ormai della mia stupidaggine, e in effetti sono in mezzo alla stanza inebetita.
Alla lezione successiva mi siedo in modo da avere l’occasione di parlarle il prima possibile.
“Scusa, ma io e te abbiamo fatto il primo colloquio insieme?”.
“Sì”. Il tono è lo stesso dell’appello, il sottotesto è “mi hai riconosciuta, stronza, ce ne hai messo di tempo”.
“Ah ecco, perchè avevi una faccia familiare” il sottotesto è “evidentemente non hai detto né fatto nulla di memorabile, idiota”.
Però deve averlo fatto dopo, perchè è l’unica sopravvissuta del gruppo.
La cosa mi incuriosisce, comincio ad osservarla da lontano.
E noto subito che nutre le mie stesse antipatie, qui dentro. Le pause caffè diventano occasione per lo scambio di veloci battute, poi il rito viene allungato con la sigaretta (che devo offrirle ogni volta), i commenti cominciano a diventare chiacchierate.
È evidente che abbiamo una serie di cose in comune, sia caratterialmente che nelle esperienze.
Passano le vacanze di Natale, una necessaria pausa di riflessione per decidere che al mio rientro voglio saperne di più.
Un pomeriggio di gennaio, la vedo arrivare per i corridoi con in mano la lista delle coppie per un brief importante, in cui rischio di lavorare con un art idiota.
“Elena, fammi vedere”.
Controllo i nomi ed ho la conferma.
“Aggiungimi al tuo gruppo, per questa volta lavoriamo in tre”.
Non fa una piega, mi dice che va bene e scrive il mio nome accanto al suo. E lì è rimasto.
Quel lavoro è stato l’occasione per il primo pranzo insieme, a casa mia.
E mi ricordo di aver parlato molto, seduta ognuna su un divano, a debita distanza per poterci avvicinare sul serio.
Dopo quel pomeriggio non ci siamo più allontanate, come a rafforzare quel muro che entrambe abbiamo costruito in solitudine; sottolineando le differenze per raddoppiare le cose in comune.
Ha cambiato gli occhiali, ma i brillantini ora ce li ha sulla giacca.
Maledizione.
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