mercoledì 22 novembre 2006

Aaargh

Tutte le volte che penso, e conseguentemente pronuncio (per difetti congeniti al filtro), la frase "Non ce la posso fare", mi rendo conto che è falsa.
Sono stanca morta, e questo perchè non sto facendo nulla.
E invece dovrei:
1) Trovare casa entro otto giorni a partire da questo momento;
2) Sistemare il portfolio;
3) Scoprire se verrò fatta fuori dall'agenzia tra due settimane;
4) Mettere la mia roba in mucchietti di cartoni;
5) Convincere un uomo a sposarmi.

MA
Domani è un altro giorno, e francamente fischio.

martedì 21 novembre 2006

In conclusione.

E’ Sabato pomeriggio.
Hai passato l’aspirapolvere; hai spolverato tutti i mobili, tutte le mensole e tutti gli swaroski, uno per uno; hai sistemato tutti i cd in ordine alfabetico d’autore; hai innaffiato le piante che stavano seccando; hai diviso i semini del fagiolo da quelli del girasole, hai tagliato per bene tutti i bollini sul cartone del latte e li hai incollati sull’apposita scheda.
Ti guardi intorno nella speranza che ci sia almeno un calzino da lavare, una scarpa da lucidare, una camicia da stirare.
Niente, non hai più nulla da fare.
Dopo mezz’ora passata a camminare su e giù per la sala decidi che forse è il momento di smetterla, ti convinci che ce la puoi fare, che sei grande abbastanza per affrontarlo.
Lui è là sul mobile, immobile.
Ti avvicini e lo guardi con aria di sfida.
Siete soli, tu e il tuo cellulare.
Lo prendi e controlli: nessun messaggio ricevuto, nessuna chiamata.
Maledizione.
Lo guardi quasi implorando che squilli e speri che a nessuno tra i tuoi conoscenti e/o familiari venga in mente di contattarti.
Succede sempre così: quando sei lì in trepida attesa per una chiamata o un messaggio, non si sa per quale legge divina, tua madre ha sempre la brillante idea di scriverti.
Così, prima tu senti l’avviso e ti viene un colpo, poi leggi “Gioia, ti volevo solo salutare. Un bacio, mamma.”
Ma perché?
Intanto il telefono tace.
Tu sei seduta sul divano, lui è lì accanto a te e tace.
Vai in bagno, lui ti segue e tace.
Torni in sala, ti siedi.
Pensi che magari con la Tv accesa potresti non sentirne il suono allora imposti la vibrazione, però rifletti e capisci che magari così lo senti anche meno allora alzi di nuovo il volume.
Stai ufficialmente impazzendo per una telefonata che non arriva.
Intavoli un dialogo con la tua coscienza per ingannare il tempo.
CO: l’hai conosciuto solo la sera prima.
TU: è vero, però mi ha avvicinato lui.
CO: sì, ma lo stavi fissando.
TU: se lui se n’è accorto significa che stava facendo altrettanto.
CO: gli hai sorriso per prima.
TU: lui è venuto verso di me.
CO: gli hai subito dato il numero di cellulare.
TU: non è vero, abbiamo parlato per tutta la sera e gliel’ho dato solo alla fine, prima di andare via.
CO: te l’ha chiesto lui?
TU: certo, cosa credi? E poi mi ha lasciato il suo.
CO: classico, cosi non è costretto a chiamarti e aspetterà che lo faccia tu.
TU: ma io non lo farò, ho resistito tutto il giorno e non cederò certo adesso.
CO: se però non ti chiamasse sprecheresti un’occasione per orgoglio.
TU: ma mi chiamerà, mi chiamerà. Mi chiamerà?
CO: ah, non lo so. Come siete rimasti ieri sera?
TU: boh, non so. In realtà non siamo rimasti. Cioè forse sì, del resto se mi ha chiesto il numero vorrà dire qualcosa no?
CO: non è detto, magari l’ha fatto per cortesia.
TU: i numeri di telefono si chiedono per interesse non per cortesia.
CO: sono le 6 di sera, mi dici perché ancora non ti ha chiamato? A che ora vuole organizzarla la serata?
TU: ah, perché tu dici che vuole passare la serata con me? Magari.
E cosa mi metto? Come mi trucco? Oddio devo lavarmi i capelli…
CO: ma ti ha chiamato?
TU: no.
Driin driin (si, sei orgogliosa di essere una delle poche ad avere una suoneria normale), il telefono squilla!
Sta squillando!
Ecco, oddio, è lui, panico.
Premi il tasto verde e con tutta l’indifferenza e la calma che conosci, nell’agitazione totale, dici:
“Pronto?”
“Ciao, sono io mi riconosci?”
“Certo, ciao, come stai?”
Hai pronunciato solo cinque parole e già la salivazione è azzerata.
La conversazione comincia.
Tu svolazzi per la casa grazie alle alette che ti sono spuntate sulla schiena, i tuoi occhi hanno la forma di due cuori e il sorriso che hai sulla faccia è in omaggio con il pacchetto “cotta”.
Parlate di tutto.
Già te lo immagini sotto casa alle 9 in punto, ti farà uno squillo sul cellulare e tu scenderai con la modalità “figa di legno” attivata.
Lui sarà bellissimo e ti starà aspettando fuori dalla macchina.
Ti porterà in uno splendido ristorante e…
“Va bene, allora ascolta ci sentiamo presto, magari in settimana, ti auguro una buona serata. Ciao”
Dopo aver sentito queste sue parole, senti le tue: “Ok, perfetto. Ciao”
E attacchi.
Poi vai davanti ad uno specchio e noti tre cose:
le alette dietro la schiena si sono atrofizzate, rinsecchite, i cuoricini sugli occhi si sono infranti in mille pezzi e la tua bocca non presenta più un sorriso paretico ma è spalancata, talmente, che la mascella tocca quasi le clavicole.
Nonostante ciò, ancora non credi a quello che hai sentito: non è possibile che lui, dopo una telefonata di un’ora e mezza, alle 7.30 di sabato, quando l’unica cosa normale che si può fare è mettersi d’accordo per la serata, ti abbia liquidato in quel modo.
Ora.
Il fatto che non ti abbia invitato fuori rappresenta, da solo, una martellata nei denti alla tua autostima, roba da passare i seguenti sei mesi sul divano, affogata nella nutella.
Ma lasciamo perdere.
Quello che non puoi perdonare, che non riesci proprio a tollerare, sono le tre cose che ti ha detto concludendo la telefonata.
Nel decalogo delle frasi da non dire ad una donna queste hanno una menzione speciale, un posto d’onore, un premio alla carriera.
Sembrano innocue, addirittura educate e cortesi.
Sono inappellabili, indiscutibili, immodificabili.
Dopo averle sentite non puoi far altro che prenderne atto.

Ci sentiamo presto.

Non si può usare la parola “presto”:
suona come “non so quando”, “non ho ben chiaro il giorno, il mese, l’anno”.
“presto” è indefinito, meglio di “mai” ma molto peggio di una data precisa.
“presto” ti lascia lì, in bilico, su un filo sottile con i tacchi a spillo.
“presto” è troppo lontano.

Magari in settimana.

Magari? Come sarebbe a dire “magari”?
Si o no, non magari.
“Magari” significa “se ne ho voglia”, “se non ho altro da fare”, “se inciampo casualmente in un sasso e se il sasso mi ricorda il lago se il lago mi ricorda il verde e se il verde mi ricorda i tuoi occhi e se i tuoi occhi mi ricordano te. Altrimenti no.”


Ti auguro una buona serata.

Non ci siamo.
Augurami che inizi a piovere mentre sto uscendo dal parrucchiere e sono senza ombrello, augurami di perdere l’ultimo autobus alle 11 di sera, augurami di puzzare come il gorgonzola ammuffito prima di un colloquio importante, qualsiasi cosa.
Ma non augurarmi “buona serata”.
“Buona serata” è troppo definitivo e assolutamente disinteressato.
Significa: “Io ho i miei programmi e non mi interessa per nulla quali siano i tuoi, in ogni caso divertiti”.
E no.
“Buona serata” non lascia speranza, fa capire che non ci saranno altri contatti, è una porta chiusa in faccia mentre stai salutando.
E’ la cafonaggine mascherata da educazione.

Rimane il fatto che la telefonata è finita da un po’.
Tu sei ancora lì, in piedi.
Ti giri e vedi il tuo ego accasciato in un angolo, sgonfio.
Poi senti che qualcuno ti sta battendo una manina appuntita sulla spalla, è il tuo supereroe, quello che, come sempre, giunge all’ultimo nelle situazioni disperate e ti salva, il suo nome è ORGOGLIO.
Tadàn.
Ma forse questa volta è arrivato in ritardo: la vostra conversazione ormai è finita.
Inizi con le considerazioni di rito sull’onda del “Lui non sa chi sono io”.
E poi…
…driin- driin, il cellulare squilla di nuovo.
Guardi chi è.
E’ lui.
“Pronto?” rispondi (sottotitolo: “Sciocco, sapevo che non potevi resistermi”)
“Ciao, senti, siccome stasera mi è saltato l’impegno che avevo e i miei amici non ci sono pensavo che potremmo mangiare una pizza veloce io e te” (sottotitolo: sono quasi a piedi tu come stai messa a ruote di scorta?)

Respiri.
Ti giri.
L’orgoglio ti strizza l’occhio e urla “Vai è il tuo momento, la scena è tua, l’unica luce che c’è è sopra di te”.
L’ego sta volando per la casa più gonfio che mai.
Respiri ancora.
Sai che un ghigno malefico è apparso sul tuo volto, sei calma, calmissima, felice, soddisfatta, appagata.
E finalmente rispondi:
“Guarda, no. Sai, è ancora troppo presto per fare programmi; però magari ci becchiamo in giro. Ti auguro comunque una buona serata”

Buio in sala. Il sipario si chiude. Applausi.

Cantate con me



Addio e grazie per il pesce,
anche se in fondo ci rincresce,
la vita a volte va così...
L’intelligenza che c’è in voi
non vi ha mai reso come noi,
non c’è rispetto verso le cose belle...
Vi salutiamo e grazie
per tutto il pesce!
Il mondo si distruggerà
la colpa è vostra e si sa
e tanti lo sapevano già (già da un anno)
La pesca qui è tragica
è fuori da ogni logica,
ma molti di voi non sono cattivi affatto...
Addio addio addio addio addio!
Addio addio addio addio addio!
Vi salutiamo e grazie per tutto il pesce!
Io in testa ho un pallino
Posso avere un pesciolino?
Una cosa vorrei far
Imparare a cantare
Ah! Che gioia infinita,
tutti nell’oceano della vita...
Addio addio addio addio addio!
Addio addio addio addio addio!

Vi salutiamo e grazie per tutto il pesce!