giovedì 30 novembre 2006

A volte capita di nuovo.

Mi sveglio in vergognoso ritardo, non farò in tempo per la doccia.
Mi lancio fuori dal letto accompagnata dalla prima parola della giorno - un pacifico “Cazzo!”, giusto per cominciare - e intuisco che oggi non sarà meglio.
Una collega è passata prendermi. Fortunatamente è anche una mia amica, e non mi lascia a piedi nonostante il quarto d’ora che è costretta ad aspettare .
Arrivo in ufficio, faccio tutto lentamente: tanto per oggi non c’è nulla che abbia bisogno del mio intervento.
Mi domando se sia valsa la pena saltare la colazione e avere i capelli lerci, e la risposta è no.
Recupero un po’ di spirito verso il terzo caffè, ma ho una sensazione di fastidio.
Dopo pranzo Andrea mi saluta su messenger. Ecco.
Aveva detto che mi avrebbe chiamata ieri sera, ma non l’ha fatto.
Adesso mi spiego le aspettative telefoniche.

Lui fa finta di nulla e io non voglio polemizzare.
Non ci sentivamo da mesi, nonostante messenger.
Poi, tre settimane fa, mi contatta.
E chiede di “rivederci”.
La prima e l’ultima volta che ci siam visti da soli, siamo rimasti chiusi ventiquattro ore in una stanza.
La cosa finì lì.
Un po’ perchè non c’era molto da aggiungere e un po’ perchè eravamo costretti a frequentarci per lavoro, ed era meglio lasciarsi l’episodio alle spalle.
Magari mi vuole parlare.
Come ad un’amica che non si vede da tempo.
Probabilmente vuole che inviti i nostri amici per bere una birra insieme.
Dopo mezz’ora di conversazione lasciata sul vago, mi fa la precisa richiesta di bissare l’incontro esattamente come la prima volta.
Come si permette? Come osa pretendere la mia disponibilità? E poi, Dio mio, si può chiedere un appuntamento per scopare? In chat, poi.
Mi metto sulla difensiva e lascio passare i giorni, autoconvincendomi che mai e poi mai potrei abbassarmi a tanto.

Torno a casa dopo aver visto un appartamento nel quale non vivrei mai, mi lancio sotto la doccia e corro all’aperitivo “alla milanese”, al quale arrivo bel oltre l’ora dell’appuntamento.
Oggi non è giornata.
La sera passa tranquilla, non vedo l’ora di buttarmi tra le lenzuola.
Infilo il pigiama, apro il mio libro sperando di riuscire a finirlo, una buona volta.
Alla terza pagina, sento le chiavi girare nella serratura.
Chiudo il libro, so che il rientro di Gaia coincide con almeno mezz’ora di chiacchiere e tre sigarette.
“Buonanotte”.
“Buonanotte”.
Mi infilo sotto il piumone, sfilo gli occhiali e riprendo la lettura.
Squilla il telefono.
Lo apro e rimango una quarantina di secondi a fissare il display.
Andrea. Alle due e un quarto di venerdì sera.
Merda.
Rispondo con il tono più rilassato che posso, ma il risultato è Amanda Lear con la raucedine.
IO: “Ehiiii”.
LUI: “Sono vicino a casa tua, sto andando ad una festa con un amico. Ti va di raggiungermi?”.
IO: “Eh, guarda, non so. Dovrei rivestirmi, e poi trovare parcheggio ora, sai quanto tempo ci metto. Ci penso un attimo e ti faccio sapere”.
Fantastico. Sono riuscita a tirarmela quindici secondi buoni.
Gli mando un messaggio. “È un suicidio cercare parcheggio ora, se vuoi passo a prenderti e andiamo a sbronzarci. Quando hai deciso fammi sapere”.
Tanto lo sappiamo entrambi che nessuno dei due ha intenzione di andare alla festa sui navigli.
Calcolo mentalmente mezz’ora.
Se ci impiega un minuto di più a rispondere, non metterò piede fuori di casa.
Faccio giurare a Gaia di placcarmi all’ingresso se dovesse vedermi lì prima dell’orario stabilito.
Tempo dieci minuti: “Non saprei…al momento non sono in grado di darti una risposta sensata. Ma mi farebbe piacere.”
Merda, devo decidere io.
Corro da Gaia, intenta a guardare per la nona volta “Kiki’s delivery service” e rido al pensiero di “Valentina consegne a domicilio”.
“Dormi? Sola nel tuo letto? Dai, se sei sveglia passa a prendermi che andiamo a bere qualcosa”.
Mi ha scritto prima che gli rispondessi.
Non posso fare altro che infilarmi il primo maglione che trovo ed uscire.
Mi chiama dopo sette minuti, esattamente il tempo che ci ho messo a perdermi.
Fortunatamente sono vicina, e mi raggiunge a piedi.
Le due ore successive passano tra la ricerca di un baracchino dove comprare della birra e chiacchiere su gli ultimi mesi.
È naturale ritrovarsi a casa sua.
Così com’è naturale essere stesa sul suo letto.
Sono stanchissima, lui mi spoglia e comincia a baciarmi.
Il sesso è esattamente quello che deve essere.
Senza aspettative.
Fine a sé stesso.
Alcol e fumo e musica di sottofondo.
Non so quante volte l’abbiamo fatto, prima che mi addormentassi.
Ma è già sabato.
Mi fissa negli occhi, e mi sorride, ed è sopra di me.
Squilla il telefono.
Laura mi invita a cena, non posso dire di no.
È l’invito ufficiale per presentarmi la sua migliore amica.
È chiaro che tra poco dovrò andare via di qui.
“Vuoi fare una doccia?”.
Andrea si è alzato mentre ero al telefono, mi aspetta sulla porta.
In questo momento penso che detesto fare la doccia in compagnia.
Trovo che sia la condanna della libido a morte per affogamento.
Ma sì, chissenefrega.
Mi cede il suo accappatoio, lo abbraccio nel tentativo di coprirlo, ma gli arrivo sì e no alle spalle.
Mi asciugo i capelli.
Abbiamo fame: birra, patatine e pop corn sono l’unica cosa che abbiamo ingerito nelle ultime diciotto ore.
Mentre infilo i jeans so che non rientrerò in questa stanza.
Lo accompagno a prendere una pizza.
Mi domanda cosa farò, ma non capisco se mi sta chiedendo di rimanere o è solo cortesia.
Mi faccio spiegare la strada per tornare a casa.
Riesco a non perdermi. Entro, mi cambio di corsa.
“Ciao, Gaia, io esco!”, le urlo da dietro alla porta del bagno.
Laura mi ha già chiamata tre volte, solo per ricordarmi che sono, ancora, in ritardo.

mercoledì 29 novembre 2006

A volte capita.

Una giornata di niente.
L’equilibrio ha purtroppo la necessità di alimentarsi di frenesia e nullafacenza in egual misura.
Se in quest’ultima la coscienza tacesse, sarebbe perfetto.
E invece no.
Inganno il traffico parlando al telefono.
Sono entrata mio malgrado nella schiera degli oratori da montante, quella massa di cretini che parlano gesticolando in macchina con un auricolare schiaffato direttamente nel timpano, e l’unica cosa che posso fare per sentirmi meno deficiente della media è obbligarmi ad usarlo solo quando ho effettivamente le mani occupate.
Quindi accendo una sigaretta, perchè sono bloccata sulla circonvallazione e il cambio è tristemente sulla prima da quindici minuti.
Discuto con Laura i particolari della figura pessima che mi ha regalato poche ore prima, e riesco a farne un’altra: lei è in ufficio e io pronuncio frasi deliranti al cospetto dei suoi colleghi.
Questo lo scopro poco dopo, quando ormai ho parcheggiato e sono pronta ad aprire il portone.
In casa non c’è nessuno, a parte una catasta di cartoni da riempire.
Mi lancio sul divano e chiamo la mia migliore amica.
Di solito, quando rientro, mi stendo senza spogliarmi e rimango in silenzio a fissare il soffitto, fino a che il caldo mi costringe ad alzarmi e a sfilare il cappotto (ma questo trucco l’ho affinato con gli anni). Una volta in piedi, faccio quello che devo fare.
Ma oggi no.
Voglio parlare con Enrico e Valeria, ho bisogno delle loro voci, di sentire che loro ci sono sempre e comunque.
Passo così settantuno minuti, e sono costretta a chiudere dalla vocina che mi avverte che il mio traffico è in esaurimento. Fosse solo quello.
Per dire, ho ancora l’auricolare.
Tant’è, sono in piedi.
È tardi per intraprendere qualunque interazione sociale.
In cuor mio spero che arrivi la telefonata da parte di qualcuno che vuole ASSOLUTAMENTE vedermi.
Ma per non illudermi, anziché fare una doccia e spalmarmi creme (a farci caso si scopre che volendo ce n’è una specifica per ogni angolo del corpo), decido di incartare la mia roba.
Sono le dieci e mezzo, il mio cellulare squilla.
Non ho dubbi sul fatto che sia mia madre.
Invece no.
Può essere chiunque, il mio numero è almeno su dodici siti di case in affitto.
“Pronto?”
“Ciao Valentina, come stai?”
Pronuncia il mio nome per intero, e da questo particolare deduco sia il mio nuovo amico psicologo.
“Ciao Fabrizio, capiti nel momento giusto. Sono depressa”.
“Che succede?”
Conosco Fabrizio da pochissimo, ma abbiam cominciato a frequentarci nel momento più incasinato degli ultimi anni, ed è aggiornato molto più dei miei amici su quello che sta capitando.
“Mah, il solito: tra una settimana non ho più una casa, tra due forse nemmeno un lavoro. Il meglio che riesco a fare è incartare la mia roba, senza sapere dove la metterò”.
La mia mania del mettere in ordine sistematicamente lo incuriosisce, la telefonata si conclude con le trattative per portarmi come caso clinico al suo esame di stato.
Speravo mi invitasse ad uscire, ma è fottutamente fuori Milano.
Torno alle mie cose, mi preparo ad andare a letto e lasciarmi alle spalle questa giornata triste.

martedì 28 novembre 2006

Chi mi ama mi segua

Concerto di Badly Drawn Boy il due dicembre al Rainbow.
Cerco accompagnamucche.

La retta via

Sono le 08.50 di martedì mattina, piove e io sono sull’autobus.
La voce elettronica annuncia “Pross- imaferm- atafop- equalcos’altro” con il solito tono moscio, piatto e con una sillabazione scorretta.
“No, non posso correggere anche la tizia che sull’autobus ricorda le fermate” sto pensando questa cosa mentre, alla suddetta fermata, sale una donna giovane con bambini al seguito.
Un maschio e una femmina per un totale di 5 anni.
Si fermano vicino alla cabina trasparente del conducente e il bambino guarda dentro il tempo necessario per formulare questa domanda:
“Mamma, chi è lui?”
“E’ il conducente, il signore che porta l’autobus. Sennò chi ti guida all’asilo?”
E la bambina:
“Lo Spirito Santo”
La mamma la guarda stranita e chiede:
“Come lo Spirito Santo? Perché lo Spirito Santo?”
E lei:
“Perché lo dice sempre anche Suor Gabriella, è lo Spirito Santo che ci guida”

E allora speriamo che conosca la strada.

lunedì 27 novembre 2006

Promesse

Ci sono cose sulle quali non transigo.

Se una persona dice che mi chiamerà, (non mi riferisco al “a presto”, “ci sentiamo”, “magari in settimana”, ma STASERA TI TELEFONO E USCIAMO), beh, cazzo, lo deve fare.
Perchè sì.
Se per qualche arcano motivo ti stai avvicinando alla mia vita, ci sono delle regole.

E una telefonata allunga la vita.