Fa freddo.
Sei seduta su una sedia vicino alla finestra e tieni tra le mani una tazza di latte caldo.
Guardi fuori, fissi un punto e depositi lì tutti i tuoi pensieri.
Avresti bisogno di lettere che compongano parole che formino frasi che diano risposte.
Invece hai solo domande.
Tutto ciò che ti capita lo accatasti dietro le spalle, corri senza mai voltarti, niente può scalfirti e i tuoi occhi non conoscono più le lacrime.
Le emozioni ti piovono addosso scivolando via, i giorni passano come le immagini in bianco e nero di un film muto e nessuno riesce a lasciare un segno.
Sei uscita dalla tua vita in un giorno di fine estate e ancora non sei rientrata.
Non hai un posto, non hai un ruolo e assisti immobile, dalla platea, alla recita di te stessa.
Un giorno ti alzerai dalla poltrona e deciderai se applaudire o fischiare quello che hai visto o, semplicemente, te ne andrai in silenzio.
Tanto gli ostacoli si aggirano, le difficoltà si dimenticano e si finge di essere liberi da pensieri che in realtà ti incatenano.
mercoledì 6 dicembre 2006
Lo sai perché?
Ho trasportato valigie tutto il pomeriggio, ed ha cominciato a piovere appena ho messo il naso fuori dal portone.
Ho ritrovato un orecchino, ed ho perso la mia cavigliera.
Devo sapere del mio futuro, ed il mio capo non c’è.
Non c’è nessuno con cui parlare.
A proposito della cavigliera. È una tragedia.
Sollevatevi il morale o comincio a scavarmi la fossa.
Ho ritrovato un orecchino, ed ho perso la mia cavigliera.
Devo sapere del mio futuro, ed il mio capo non c’è.
Non c’è nessuno con cui parlare.
A proposito della cavigliera. È una tragedia.
Sollevatevi il morale o comincio a scavarmi la fossa.
lunedì 4 dicembre 2006
Lies
Guardarsi in faccia. Ancora e di nuovo. Mi atterrisce.
Mi si chiude la bocca dello stomaco mentre seguo il movimento della tua mano lungo fianchi che non sono i miei.
Sorridi, serro le mandibole fino a che una fitta alla tempia mi fa allentare il morso.
Ogni giorno torno coscientemente alla tortura.
Mi domando se questo faccia parte delle regole del gioco, se sia l’unico modo per mantenere l’adrenalina sempre appena sotto la pelle e le gambe tese verso le tue dita.
Ti scivolo accanto come un’ombra, in questo spazio che un tempo era solo il nostro, e cerco una scusa per toccarti e farmi toccare.
Scosse che mi mantengono in uno stato di vigile alterazione.
Non ricordo come, ma il tuo sapore era così nuovo e così pieno, che mi si sono spezzate le vene.
Non riuscivo a guardarti in faccia, allora. Cambiavo strada per non cedere alla tentazione di leccarti le labbra, mordevo le mie e gli occhi si perdevano su un punto qualunque, purché lontano.
Sono la spalla che ha accolto le lacrime, il braccio che ha sostenuto il cammino, la mano che ha salutato l’inizio del tuo viaggio, e legato catene alle mie caviglie.
Lo sai. Mi hai ringraziato a lungo, hai tentato di tenermi a galla mentre sprofondavo lentamente nelle strade molli delle mie paure, ma hai scelto infine di salvarti.
Non respiro più. L’aria appesantisce i passi lungo i corridoi, i neon sottolineano il blu dei capillari sempre più evidenti sotto gli occhi.
Il tuo nome accompagna ogni risveglio.
Prima o poi lo farò, prenderò quel treno sul quale tante volte ti ho chiesto di accompagnarmi.
Ma non oggi. Ho ancora bisogno di vedere la curva del tuo collo perdersi sotto la camicia bianca, pochi bottoni mi separano dalle fantasie nascoste dietro i miei occhiali.
Le lacrime sono in agguato, le sento spingere contro le palpebre.
Non voglio che tu mi veda così, debole, fragile; flebile la voce nell’augurarti di avere una buona giornata, l’ottantesimo buon auspicio che ti regalo, l’ottantesima sera che ci saluterà, chiudendo la porta sulla mia bocca sanguinante.
Adesso che sei la causa della sconfitta, non posso renderti partecipe del mio dolore.
A chi dare tutto questo? Il basso ventre è contratto nel sostenere il tumore che continua ad alimentarsi di te, dell’assenza di te.
Il mio letto continua a girare intorno al sole e non so da quale parte scendere.
Sei lì, incantevole. Hai provato di nuovo a legare i capelli, ma un ricciolo è sfuggito per abbracciare il lobo. Quante volte l’ho accarezzato con le dita.
Giro per gli uffici, rigida.
Tutti i giorni controllo che le cose vadano per il loro verso, ma non trovo il mio.
Rispondi alle mie domande guardandomi dritta negli occhi.
Hai la leggerezza di una bambina, mai un tremito, la malizia non ti sfiora e mi sorridi.
Mi ricordi mia figlia.
Gli occhi grandi e sereni, hai dimenticato il sapore delle mie braccia intorno alle cosce, limpido amore mio.
Hai succhiato via il mio equilibrio e barcollo al suono della tua voce, seguo il movimento delle tue mani per non perdermi.
L’ufficio si svuota lentamente.
Entro nella stanza che ha respirato il tuo profumo, siedo alla scrivania e tocco i tuoi fogli, infilo in bocca il tappo della penna consumato dai tuoi denti bianchi.
Spengo tutte le luci. Nascondo i pensieri nel cappello e torno a casa mia, a quelle mura che non ti hanno mai conosciuta.
Sono di nuovo le dieci.
Mio marito avrà già preparato la cena.
Mi si chiude la bocca dello stomaco mentre seguo il movimento della tua mano lungo fianchi che non sono i miei.
Sorridi, serro le mandibole fino a che una fitta alla tempia mi fa allentare il morso.
Ogni giorno torno coscientemente alla tortura.
Mi domando se questo faccia parte delle regole del gioco, se sia l’unico modo per mantenere l’adrenalina sempre appena sotto la pelle e le gambe tese verso le tue dita.
Ti scivolo accanto come un’ombra, in questo spazio che un tempo era solo il nostro, e cerco una scusa per toccarti e farmi toccare.
Scosse che mi mantengono in uno stato di vigile alterazione.
Non ricordo come, ma il tuo sapore era così nuovo e così pieno, che mi si sono spezzate le vene.
Non riuscivo a guardarti in faccia, allora. Cambiavo strada per non cedere alla tentazione di leccarti le labbra, mordevo le mie e gli occhi si perdevano su un punto qualunque, purché lontano.
Sono la spalla che ha accolto le lacrime, il braccio che ha sostenuto il cammino, la mano che ha salutato l’inizio del tuo viaggio, e legato catene alle mie caviglie.
Lo sai. Mi hai ringraziato a lungo, hai tentato di tenermi a galla mentre sprofondavo lentamente nelle strade molli delle mie paure, ma hai scelto infine di salvarti.
Non respiro più. L’aria appesantisce i passi lungo i corridoi, i neon sottolineano il blu dei capillari sempre più evidenti sotto gli occhi.
Il tuo nome accompagna ogni risveglio.
Prima o poi lo farò, prenderò quel treno sul quale tante volte ti ho chiesto di accompagnarmi.
Ma non oggi. Ho ancora bisogno di vedere la curva del tuo collo perdersi sotto la camicia bianca, pochi bottoni mi separano dalle fantasie nascoste dietro i miei occhiali.
Le lacrime sono in agguato, le sento spingere contro le palpebre.
Non voglio che tu mi veda così, debole, fragile; flebile la voce nell’augurarti di avere una buona giornata, l’ottantesimo buon auspicio che ti regalo, l’ottantesima sera che ci saluterà, chiudendo la porta sulla mia bocca sanguinante.
Adesso che sei la causa della sconfitta, non posso renderti partecipe del mio dolore.
A chi dare tutto questo? Il basso ventre è contratto nel sostenere il tumore che continua ad alimentarsi di te, dell’assenza di te.
Il mio letto continua a girare intorno al sole e non so da quale parte scendere.
Sei lì, incantevole. Hai provato di nuovo a legare i capelli, ma un ricciolo è sfuggito per abbracciare il lobo. Quante volte l’ho accarezzato con le dita.
Giro per gli uffici, rigida.
Tutti i giorni controllo che le cose vadano per il loro verso, ma non trovo il mio.
Rispondi alle mie domande guardandomi dritta negli occhi.
Hai la leggerezza di una bambina, mai un tremito, la malizia non ti sfiora e mi sorridi.
Mi ricordi mia figlia.
Gli occhi grandi e sereni, hai dimenticato il sapore delle mie braccia intorno alle cosce, limpido amore mio.
Hai succhiato via il mio equilibrio e barcollo al suono della tua voce, seguo il movimento delle tue mani per non perdermi.
L’ufficio si svuota lentamente.
Entro nella stanza che ha respirato il tuo profumo, siedo alla scrivania e tocco i tuoi fogli, infilo in bocca il tappo della penna consumato dai tuoi denti bianchi.
Spengo tutte le luci. Nascondo i pensieri nel cappello e torno a casa mia, a quelle mura che non ti hanno mai conosciuta.
Sono di nuovo le dieci.
Mio marito avrà già preparato la cena.
Ragazza mal disegnata.
"You know I'm not the kind to say that it's over".
Dovrebbe essere abbastanza per capire.
Un altro confronto con la folla, o conforto con l'alcol in caso di sconfitta.
Tutti al Rolling Stone.
E non ritirate le mani.
Dovrebbe essere abbastanza per capire.
Un altro confronto con la folla, o conforto con l'alcol in caso di sconfitta.
Tutti al Rolling Stone.
E non ritirate le mani.
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