lunedì 14 maggio 2007

La compiacenza

Il Demauro - Paravia riporta: "desiderio di soddisfare le richieste altrui, rispetto ostentato delle convenzioni sociali o dell’altrui volontà".
Secondo me è sinonimo di falsità e quindi non c’è nulla di più odioso.

LATO A - Sull'utilità della compiacenza: ambito lavorativo.

Me ne sto accorgendo giorno dopo giorno e non perché io lì sia compiacente, ma proprio perché non lo sono.
Le persone, a qualunque livello, soprattutto se superiore al tuo, amano essere corteggiate, amano pensare di essere interessantissime, amano credere che ciò che le riguarda debba essere argomento principale di ogni conversazione e tu devi soddisfare queste loro necessità, devi allargare il loro ego già alquanto dilatato.
Per quanto mi riguarda non ho problemi sul fatto che credano di essere gli originali e Dio la fotocopia, ho dei problemi nell'accrescere e sviluppare questa loro convinzione.
Non riesco, purtroppo, a spendere una parola in più per compiacerli, appunto.
Sarà perché a mia volta sono concentrata su me stessa? Non so.

LATO B - Sull'inutilità della compiacenza: ambito affettivo.

Come faccio a vivere un rapporto sincero con chi mi crede appartenere al suo mondo intricato di rapporti da trattare con i guanti, di persone da non contraddire mai affinché queste siano utili, di cose giuste da dire nel momento più opportuno e non perché siano sincere ma solo perché perfette per quell'istante?
Tutto perde naturalezza e diventa stonato, anche le parole più dolci o le frasi che diversamente ti toccherebbero il cuore.
Non sempre si ha davanti una platea di spettatori sconosciuti, non sempre è la "prima"; a volte si fanno semplicemente delle prove vestendo la tuta, si abbozzano i passi o le battute, si sbaglia e si riprova e bisogna capire quando è il caso di togliere la maschera e scendere dal palco.
Altrimenti, io, fischierò gli attori.