venerdì 5 ottobre 2007

Ok, ok: sono definitavente fottuta.

Ma voi cantate insieme a me:


El, is for de uei iu luck et me
O, is for di onli uan ai sii
Vi is veri veri extraordineri
I, is iven mor den aniuan det iu ador
end LOV, is oll det ai chen ghiv tu iu
LOV, is mor den giast a gheim fot tu
Tuuu in lov chen meikit, teik mai art end plis dont breickit,
Lov, uos meid for mi end yuuuuuuu

mercoledì 3 ottobre 2007

Inutile.

L’ultima volta che ci siamo rivolti la parola, l’abbiamo fatto litigando.
Di più.
Urlando, inveendo l’uno contro l’altra, sputando parole che non avevano filo logico, vomitando frasi che tiravano su muri invece di aprire porte, annullati dalla rabbia, dalla tristezza, dalla delusione.
Volendo arrivare, forse, allo stesso punto; parlando, probabilmente, la stessa lingua.
Eppure ci allontanavamo sempre più, continuavamo a non capirci.
Lo guardavo con disprezzo, è vero, e mentre tentavo di spiegargli il perché non lo salutassi più, l’orgoglio e il dolore si mescolavano nel mio sangue, bloccavano le lacrime che pure erano in agguato sul bordo degli occhi.
Parole dal tono isterico, strozzato, che uscivano dalla mia bocca come frecce da un arco: precise, mirate, velenose.
Lui attaccava e si ritirava senza sapere dove colpire, un burattino in balia di mani altrui, un marinaio senza bussola, un soldato trincerato dietro barricate costruite da altri, a lui sconosciute.
Se si fosse fermato un attimo, avesse abbassato le armi, si fosse schiarito le idee illuminandole con la luce dell’obiettività, scaldandole con il calore dell’affetto, probabilmente avrebbe smesso di considerarmi una minaccia, avrebbe smesso di difendere altri piuttosto che me.
No, troppo ottuso, vigliacco, egoista.
“Sei una persona inutile” con queste parole ha terminato la discussione, si è girato e se n’è andato.

Ieri, dopo settimane di silenzio, intenzionata ad eliminarlo dalla mia vita, a non sapere più nulla di lui, il suo pensiero mi ha chiuso lo stomaco e inumidito gli occhi.
L’ho chiamato e con la voce rotta ho detto:
“Ciao papà, sono io.”

martedì 2 ottobre 2007

Eò.

Mi piacciono gli oggetti che sembrano inutili e dal sapore vagamente antico: ventagli, clessidre, dadi di legno, ombrelli da pioggia e da sole, i bastoni da passeggio e le spade del mio bisnonno.
I gufi, le tende alle finestre e le audiocassette con la mia voce registrata, alzarmi prima della sveglia e non alzarmi dopo.
Enrico quando ride fortissimo, Valeria quando si spaventa.
Il sole d'autunno e le foglie rosse, gli alberi di Giuda, di mimosa e di ciliegio.
I kiwi e i mandarini e le albicocche, le margherite e i tulipani e i girasoli.
La parmigiana di mia mamma, le olive di Cerignola, il cioccolato e la cannella nel cappuccino.
Le persone che mi sorridono anche se non mi conoscono, guardare fuori dal finestrino, cantare in loop, le risposte e le domande intelligenti.

Non mi piacciono gli animali con più di quattro zampe, gli aghi delle siringhe, le mani sui muri, l'aggettivo "carino",
Non mangio i finocchi cotti, né pesce, né molluschi, né crostacei, né coniglio, né cavallo, né l'agnello quando non vedo dove stanno gli ossicini.
Le persone arroganti e quelle saccenti.
Le ditate sugli occhiali e le unghie troppo lunghe.
Non mi dovete toccare: naso, polsi, piedi e ombelico.

Non è difficile, in fondo.